Caso Ilva, la necessità di un cambio di paradigma

Scritto dasu 17 Settembre 2013

ilva-taranto-chiude_620x410La messa in mobilità dei lavoratori del gruppo Riva, ritorsione della famiglia per il mancato intervento del governo contro la giudice Todisco, riaccende la discussione sul destino dell’Ilva, e più in generale sul destino di alcuni comparti industriali ritenuti strategici.

A prendere la palla al balzo ci ha pensato due giorni fa Angelo Panebianco, firma intoccabile del Corriere della Sera e barone all’Università di Bologna, espressione degli umori di un certo padronato italico. Nel suo editoriale (Tanti saluti all’industria) la colpa di tutti i mali del declino economico-indiustriale nostrano viene individuata nella “diffusione di una particolare sindrome, un orientamento anti-industriale, travestito da ecologismo, che punta alla decrescita, alla de-industrializzazione, perché tratta l’industria in quanto tale come una minaccia per l’ambiente“. Le responsabilità della famiglia Riva e del capitalismo rapace di cui è espressione spariscono.

Di tutt’altro registro il commento di Guido Viale uscito oggi sul Manifesto, Ilva,l’errrore si ripete, in cui le responsabilità vengono individuate nella sfrenata spinta alle privatizzazioni che ha segnato gli ultimi vent’anni di storia nazionale, col conseguente venir meno di ogni senso di responsabilità per l’interesse pubblico. Culture di cui la famiglia Riva fa parte. Viale critica anche i limiti e l’impraticabilità di una nazionalizzazione dell’azienda, perché giungerebbe comunque troppo tardi e, dopo la distruzione degli anni passati, mancherebbe comunque una “struttura per gestire aziende del genere“.Fa dunque appello ad “affrontare la sfida di una nuova gestione, socializzata e condivisa: non una mera “autogestione” da parte delle maestranze! […] una gestione che, accanto alle maestranze, coinvolga anche le comunità locali, le loro associazioni, le amministrazioni dei comuni e degli altri enti locali del territorio, le università (cioè i docenti e le organizzazioni degli studenti disponibili) la schiera crescente di ex manager messi sul lastrico, l’esercito di coloro che hanno fatto apprendistato di responsabilità gestionali nel terzo settore“.

Seppur in una dimensione tutta interclassista e riformista (nell’intervista che gli abbiamo fatto fa esplicito riferimento ad un – per noi imprababile – neo-keynesismo) la sua riflessione, ormai articolata in una produzione saggistica lunga alcuni anni, pone con forza la necessità di un cambio di paradigma radicale.

Ascolta l’intervista:   Guido Viale

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