Droni assassini. Il rapporto di Amnesty sul Waziristan

Scritto dasu 23 Ottobre 2013

dronesSi intitola Will I be next? US drone strikes in Pakistan, “Sarò io il prossimo? Gli attacchi con i droni USA in Pakistan”. E’ il rapporto preparato da Amnesty International e presentato ieri a Londra. Gli Stati Uniti hanno utilizzato massiciamente i droni in Pakistan sin dal 2004. Nel mirino le cosiddette aree tribali del nord-ovest del paese e, in particolare il Waziristan. Queste regioni, mai controllate a pieno dallo Stato pachistano sin dall’indipendenza, sono abitate dalle stesse popolazioni di lingua e origini persiane che vivono al di là del passo Khyber, in Afganistan. In Pakistan sono dette pathan, in Afganistan, pashtun. Le aree “tribali” del Pakistan sono state la culla delle scuole coraniche deobandi, in cui si sono formati i talebani.
Queste aree, sospettate di dare rifugio e appoggio sia ai guerriglieri talebani che agli esponenti dell’internazionale islamica Al Quaeda, sono entrate nel mirino dell’amministrazione statunitense, che ha ordinato attacchi con i droni, gli aerei senza pilota, guidati da lontano verso gli obiettivi prescelti.
I droni hanno ucciso numerosissimi civili: Il j’accuse di Amnesty è fortissimo: gli Stati Uniti sono accusati di crimini contro l’umanità.

“I droni sono come l’angelo della morte – ha detto ad Amnesty Nazeer Gul, un commerciante di Miram Shah. Soltanto loro sanno quando e dove colpiranno”.

Il segretario di Stato statunitense Kerry ha descritto le operazioni come un trionfo nella lotta contro Al Quaeda, privo di effetti collaterali.
La realtà descritta da Amnesty è molto diversa. Il gruppo per la difesa dei diritti umani ha preso in esame tutti i 45 attacchi che hanno colpito il Waziristan del Nord tra il gennaio 2012 e l’agosto 2013. Secondo Amnesty, i droni avrebbero ucciso, in due soltanto di questi attacchi nel gennaio 2012, almeno 19 civili. Nessuna delle vittime poteva in alcun modo essere collegata ai militanti islamici.

Miram Shah, un villaggio nel nord-ovest del Paese è stato attaccato per ben 13 volte dai droni a partire dal 2008; altri 25 attacchi sono stati lanciati nelle zone circostanti. A Miram Shah la popolazione vive nel terrore. Gli abitanti dell’area, scrive Amnesty, sono costretti a vivere tra due fuochi: da un lato “l’angelo della morte”, dall’altro la violenza di talebani e militanti di Al Qaeda, che uccidono chiunque sia sospettato di essere “una spia americana”. Moltissimi uomini e donne vengono massacrati e lasciati ai lati delle strade, con addosso cartelli in cui si dice che “chiunque diventi un collaboratore degli americani farà la stessa fine”. Il villaggio è completamente controllato da talebani e militanti radicali, che girano per le strade imbracciando fucili AK-47, sovrintendendo a qualsiasi attività soprattutto nel locale bazaar e arrivando persino a dirigere il traffico nel centro del villaggio.

A dieci chilometri da Miram Shah c’é una base statunitense, con una nutrita flotta di elicotteri da combattimento Cobra. I militari statunitensi, tranne qualche scaramuccia, se ne stanno all’interno della base. La guerra la fanno i droni. Gli agenti della Cia negli ultimi mesi hanno preso di mira una panetteria, una ex-scuola per le ragazze, una fabbrica di fiammiferi e un ufficio per l’invio di denaro.
In questa, come in tutte le guerre moderne, la popolazione civile, diventa un obiettivo primario, non certo un “incidente” di percorso.
Gli Stati Uniti creano il terrore tra la popolazione civile, per fare terra bruciata intorno ai talebani. Il governo pachistano protesta ma non mette in discussione l’alleanza con gli Stati Uniti.
Stretti tra l’incudine e il martello, migliaia di abitanti del Waziristan, privi di cure mediche, con l’agricoltura al collasso, hanno abbandonato le loro case per fuggire dalle violenze.

L’anziana contadina Manana Bibi non ce l’ha fatta, incenerita nel campo dove raccoglieva verdure per la cena. I suoi nipoti, accorsi a soccorrerla, sono stati feriti da un missile tanto intelligente da indirizzarsi sui soccorritori. Il missile che l’ha colpita si chiama “Hellfire”, fuoco dell’inferno.
Ne abbiamo parlato con Alberto, antimilitarista siciliano, che ha ricordato che una delle maggiori basi di droni statunitensi si trovi nella base di Sigonella.
Ascolta la diretta:

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