Riflessioni sul selvatico

 

Nella puntata di mercoledì 22 febbraio, abbiamo parlato del concetto di “selvatico”, della necessità di inserire all’interno delle lotte per la liberazione animale e della terra anche quella parte di vivente che non è soggetta all’addomesticamento e allo sfruttamento umano diretto. La perdita di vita selvatica è una perdita per tutti noi, totale e irreversibile. E’ quindi necessario rivedere il rapporto che instauriamo con gli altri animali, cercare di slegarlo da dinamiche di dominio e addomesticamento, e lasciarci alle spalle la convinzione che senza di noi la natura “non se la sappia cavare da sola” e che abbia bisogno del nostro ordine “protettivo”.

A questo proposito, riportiamo l’interessante testo scritto dal gruppo Michelotti Libero in occasione di un’iniziativa contro la privatizzazione del parco Michelotti.

 

SELVATICO

Parlare di selvatico in un mondo addomesticato equivale a fare un passo avanti rispetto alle abitudini e agli schemi di pensiero in cui siamo soliti accomodarci, assuefatti a vivere in un mondo fatto di contenitori stagni e quasi completamente non comunicanti. Tra un contenitore stagno e l’altro, nastri d’asfalto, parchi gestiti, assenza di pensiero; movimenti di automi ciechi, con occhi incapaci di vedere.

Non c’è selvatico, in una città, ma spesso non c’è selvatico neppure nelle campagne, divenute ormai ambiti addomesticati sui quali l’uomo, intervenendo continuamente su ciò che lo circonda, ha imposto schemi pluriripetuti di dominio e contraffazione.

Per trovare una parvenza di naturalità bisogna spostarsi dall’ambiente antropocentrico in cui viviamo, andare lontano dai centri abitati, anche dai più piccoli, spingersi a latitudini diverse; oppure esiste un’altra alternativa, più remota, ma importante: riuscire a spiare tra le fessure, negli interstizi del mondo moderno, nei quali si insinua quella naturalità che l’uomo tende a escludere, dominare, trasformare a suo piacimento. Ma è una naturalità prepotente, che approfitta di ogni singolo momento di distrazione per riappropriarsi di spazi abbandonati o dimenticati, anche soltanto per tempi brevi.

Proprio questo è successo al Parco Michelotti di Torino. Lasciato a se stesso per un po’, ha ripreso a respirare autonomamente. Gli animali autoctoni e migranti hanno ricominciato a guadagnarsi spazi di vita: gli alberi – che l’amministrazione comunale ha smesso di gestire – sono cresciuti spontaneamente, ingrandendosi e sviluppando, man mano, la forma naturale che li caratterizza, senza gli schemi imposti dalla gestione del verde cittadino. E non solo… essenze erbacee e arbustive, più conosciute e più comuni, hanno ricominciato a proliferare, crescendo e moltiplicandosi con la forza dei semi nascosti nelle pieghe del sottosuolo, che possono restare dormienti per anni, fino a quando diventa possibile riguadagnare uno spazio di libertà. Nel Parco Michelotti, che di questo processo di rinselvatichimento è un simbolo, tale libertà è esplosa e si è accresciuta, le differenze si sono moltiplicate, l’area verde ha iniziato a respirare, da sola, senza l’ausilio di nessuno. Persino le gabbie sono diventate spazi da rioccupare, che la natura, poco a poco, sta abbracciando, pronta a distruggerle o a ridestinarle a usi molto diversi da quello per cui sono state pensate: imprigionare il vivente.

Il selvatico rappresenta una categoria autosufficiente e come tale è vissuta da tutti gli esseri viventi, tranne che dall’essere umano, che ha invece l’abitudine di misurare ogni cosa attraverso categorie che lo comprendono o che passano attraverso i suoi occhi.

Il riconoscimento del selvatico scardina questo punto di vista.

Per riacquisire una posizione paritaria rispetto a quella degli altri esseri viventi, è necessario abbattere le nostre gabbie mentali, esercitarci a rivoluzionare usanze e pensieri, distogliere lo sguardo dalle convenzioni alle quali siamo stati abituati, quelle che pongono l’uomo al centro di tutto, come il fulcro della vita e della realtà, addomesticati noi stessi dalla società, dal sistema, incapaci di vedere e di essere liberi e selvatici. Ogni giorno, volutamente – anche se forse non consapevolmente – rinunciamo infatti alla nostra libertà di scoprire e incuriosirci, appagati e rassicurati dall’idea di mondo che ci hanno insegnato come reale e immutabile, confortevolmente accomodati tra le abitudini interiorizzate: la casa, la famiglia e tutte le relazioni, il lavoro, il nostro modo di determinarci e di definirci all’interno di una realtà che crediamo di aver scelto e che pensiamo di stare creando, ma fagocitati da essa, semplici ingranaggi di un meccanismo su cui non agiamo, incapaci anche solo di vederlo nel suo insieme

Contro ogni gabbia

liber tutt di entrare e di uscire

 

Ascolta la puntata qui:

 

 




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