Libia. Nuova minaccia salafita

Scritto dasu 23 Ott 2018

La conferenza del 12 e 13 novembre promossa a Palermo dal governo italiano ha un percorso sempre più in salita. Forte è il rischio di defezioni importanti come quella di Haftar, il signore della Cirenaica appoggiato dalla Francia, che ambisce a prendere il controllo anche della Tripolitania, dove il governo Al Sarraj, appoggiato dall’Italia, è sempre più debole, ostaggio delle milizie.
Oggi è a Roma Ali al Saidi, deputato del Parlamento libico con sede a Tobruk, membro della commissione Interni assai vicino a Khalifa Haftar. Al Saidi, è nella capitale come inviato del presidente del Parlamento.

La partecipazione di Haftar è sempre meno probabile, mentre è pressoché certo che non ci sarà il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, Aguila Saleh. Al Saidi qualche giorno fa aveva detto che «Questa conferenza non farà altro che acuire la crisi libica perché ci sono paesi come l’Italia che fanno di tutto per proseguirla».

La posizione dell’Italia si è molto indebolita con il nuovo governo. Il ministro dell’Interno Salvini non gode delle robuste maniglie di cui godeva Minniti, che, come viceministro aveva avuto per anni la delega ai servizi segreti, che sono i reali gestori degli accordi in un paese governato da logiche tribali e controllato da potenti milizie.
All’ambasciata italiana a Tripoli manca da mesi l’ambasciatore Perrone, esibitosi in diretta TV in dichiarazioni che hanno dimostrato la sua conoscenza dell’arabo ma anche una scarsa accortezza diplomatica. Perrone aveva dichiarato che i libici non erano maturi per elezioni a dicembre. Le proteste di piazza e e bandiere tricolori bruciate avevano indotto il governo a richiamarlo.

Parlando al sito web «al Wasat», Al Saidi, deputato eletto nel distretto di Wadi al Shati, regione storica meridionale del Fezzan, ha chiesto che venga riaperto il consolato d’Italia a Bengasi e che venga attuato il progetto per realizzare l’arteria stradale ovest-est tra Ras Jedir, valico al confine con la Tunisia, e Musaid, vicino al confine con l’Egitto. In particolare è il primo lotto dell’arteria su cui si punta, quello dal confine egiziano a Bengasi, grazie a cui migliorerebbe il flusso delle merci ma anche la sicurezza in Cirenaica. Una commessa da un miliardo di dollari in cui sono coinvolte alcune aziende italiane come Salini Impregilo.

Questione di affari, ma anche di politica, vista la presenza di milizie salafite nella zona, peraltro alleate con il “laico” Haftar.

Altre milizie salafite sono tra quelle che controllano Tripoli e sono attive anche a Misurata.
Il gioco delle alleanze potrebbe favorirne l’ascesa. Dopo l’Isis la partita con i salafiti sarebbe quindi tutt’altro che chiusa.

Ne abbiamo parlato con Francesca Mannocchi, giornalista free lance, più volte inviata in Libia, autrice di articoli e corrispondenze per l’Espresso, la7, al Jazeera.

Ascolta la diretta:

2018 10 23 libia mannocchi


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