Il rincaro della benzina infiamma lo Zimbabwe

Scritto dasu 19 Gennaio 2019

Non si placano le proteste in Zimbabwe contro il rincaro della benzina e le sue pesanti ricadute sulla vita quotidiana di gran parte della popolazione. Il prezzo  è aumentato del 150% ma gli aumenti investono solo coloro che pagano in moneta locale, ovvero gli autoctoni, mentre gli stranieri sono invitati a eludere il problema usando la valuta. Già 5 i morti caduti in strada per mano della polizia, che in alcuni casi ha sparato sui manifestanti, e più di 600 gli arresti eseguiti mentre il Presidente Mnangagwa, successore del deposto Mugabe, dopo aver annunciato gli aumenti ha pensato bene di lasciare il Paese per andar a battere cassa prima da Putin e poi, nei prossimi giorni, a Davos.

Dura la risposta della polizia nelle piazze così come i provvedimenti di censura imposti dal governo: i  social network sono stati oscurati e successivamente è stato impedito l’accesso stesso alla rete, caratteristica non  rara della repressione africana e che sta accomunando in questo momento le proteste in Sudan e quelle in Zimbabwe.

È difficile dire ora cosa succederà nel Paese nelle prossime settimane, se il Presidente riuscirà a convincere la popolazione che il viaggio che lo ha portato lontano proprio mentre nelle strade delle principali città si manifestava con rabbia contro l’ ennesime misure di immiserimento per la popolazione, sia servito a qualcosa e se riuscirà più in generale a dare delle risposte tangibili agli aumenti.

Quello che sicuramente ci dicono le proteste in Zimbabwe, così come quelle in Sudan, è che ci si trova di fronte a persone arrabbiate, stanche, talmente affamate e bistrattate da vincere la paura della repressione, che a quelle latitudini lascia sovente qualcuno sul selciato, per tentare di ribellarsi a condizoni di vita che paiono essere diventate inaccettabili.

Ne abbiamo parlato con CorneliaToelgyes, redattrice di Africa Express.

 

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