Saluzzo. Braccianti senza casa

Scritto dasu 17 Novembre 2020

I braccianti che lavorano nel distretto ortofrutticolo di Saluzzo sono quasi tutti immigrati, che qui in Italia una casa vera non l’hanno mai avuta. Per questi lavoratori solo centri di accoglienza, dormitori, container, tende, ghetti, baracche, casolari abbandonati o altri luoghi di fortuna.
Sono costretti a pratiche di resistenza informali o illegali e a rinegoziare continuamente il loro modo di abitare ai margini. Con la pandemia la loro condizione è peggiorata: prevenzione, tutela della salute, cura, sono parole vane per chi una casa non ce l’ha.
Quali conseguenze ha avuto il lockdown di primavera e avranno le limitazioni degli spostamenti in atto per chi non ha altra scelta che il nomadismo stagionale? Quali alternative al “campo” considerato l’unica soluzione possibile dalle politiche di accoglienza fin qui adottate?

All’inizio della stagione le strutture utilizzate l’anno precedente sono state considerate inadatte all’accoglienza. Il virus rischiava di diffondersi rapidamente, in edifici dove i lavoratori venivano ammassati senza alcuna privacy.
La risposta del governo è stata chiara sin da maggio: militarizzazione della città e repressione delle proteste.
I braccianti si sono accampati dove potevano. Quest’anno i padroni hanno offerto più che in passato cascine o container presso le loro aziende: temevano che il moltiplicarsi delle restrizioni avrebbe indotto molti a non muoversi, mettendo a repentaglio i buoni profitti derivanti dallo sfruttamento di braccia ricattabili e a poco prezzo.
La sistemazione abitativa in azienda offerta dal datore di lavoro è per sua natura temporanea e non necessariamente gratuita e, spesso, coperta da una cappa di omertà. Durante la stagione appena conclusa, secondo quanto raccontano gli stessi braccianti, è aumentata in modo significativo, ma non è garanzia di qualità. Anzi, rischia, in assenza di tutele, di far crescere la subalternità ai padroni.

Quando il freddo si fa sentire e i lavori in campagna rallentano, la ricerca di un alloggio dove poter finalmente prendere residenza stabile, diventa la priorità per molti, quest’anno in modo particolare.

Il problema abitativo è una faccenda seria a Saluzzo, per tutti, perché sia le case in vendita che quelle in affitto sono carissime. Saluzzo è una città ricca – anche grazie al contributo di migliaia di lavoratori stranieri – e il mercato immobiliare si adegua: chi non può permettersi di vivere qui si rivolga altrove.

Se hai la pelle nera le cose si complicano ulteriormente. Per i lavoratori delle campagne, magari con un contratto lungo ma rigorosamente a termine, un salario da fame e l’impedimento ad accedere alla disoccupazione per le irregolarità in busta paga, è quasi impossibile. È più facile cercare casa nei comuni del circondario dove i prezzi sono più accessibili, dove esistono già delle piccole comunità ormai consolidate e reti informali di mutuo appoggio. Tra i braccianti che i compagni del collettivo antirazzista saluzzese hanno incontrato in questi mesi, cercano casa quelli che dormono all’addiaccio, quelli delle accoglienze diffuse che chiudono a novembre, quelli ospiti delle aziende, consapevoli che la stagione sta per finire e quando la loro forza lavoro non servirà più dovranno andarsene. Per tutti la casa è un passo importante per allontanarsi da una condizione di “assistiti”, di “ospiti” e avviarsi verso l’autonomia, magari emancipandosi dal lavoro bracciantile che non è certo la massima aspirazione della maggioranza.
Non è facile! Spesso si sentono rispondere “Non affittiamo ai neri!”, ci sono le garanzie, le spese di caparra, gli allacci alla rete di luce, gas e acqua, le spese condominiali, il riscaldamento, etc…senza contare le rimesse alle famiglie nei paesi d’origine.
Per questi motivi nei mesi scorsi abbiamo promosso e condiviso con alcuni braccianti il progetto “loc/AZIONE”, per la creazione di un fondo di solidarietà per sostenere le spese iniziali di affitto (attraverso iniziative di autofinanziamento) e per cercare alloggi disponibili nei paesi del “distretto della frutta”. Una ricerca capillare sul territorio che purtroppo ha trovato molte porte chiuse e un pregiudizio negativo diffuso.
Il diritto all’abitare dignitoso nella sua declinazione saluzzese deve dunque fare i conti con una realtà ostile che, di fatto, non riconosce ai lavoratori africani la libertà di fermarsi e stringere relazioni stabili con il territorio e la sua gente, cominciando appunto dall’affitto di una casa.

“Casa per tutti e strada per nessuno” gridavano i braccianti accampati al parco di Villa Aliberti nel mese di giugno prima dell’ennesima operazione di sgombero e pulizia urbana.

Ne abbiamo parlato con Lele Odiardo del Comitato Antirazzista Saluzzese

Ascolta la diretta:

2020 11 17 lele saluzzo

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