Entendre l’inaudible – part.2

Intendre l’inaudible part.2

Un’altra selezioni di altro. Quella cosa che sembra ma non è. La strada laterale, l’accesso secondario, il retro. Non necessariamente alternativa, spesso dimenticata, la musica si è salvata – anche – grazie a loro. Non conformati, precursori, pseudorivoluzionari.
Ascoltarli è ancora oggi una strana sensazione, un’incomprensione inconsapevole, un dejà vù, un ricordo sfocato di un sogno pomeridiano.

General Strike – Danger in Paradise (2000)
Steve Beresford e David Toop sono due tipi in acido perenne. Nel tempo libero registrano questo “nè quì nè ora” dai colori malinconici e tropicali. Musica lenta e assonnata, suona come uno studio dub di giocattoli affidato a due punti dalla mosca ze ze. Geniale e ironico lascia un senso di stordimento pari ad una cartolina triste da luoghi contaminati. Appena lo afferri sfugge, come musica jazz trasmessa da un traghetto che si allontana mentre siete a riva. Inconsapevoli, ovviamente, influenzeranno tutti i fighetti di pitchfork più o meno hauntologici. Non si inventa mai niente.

Jack Kerouac with Al Cohn and Zoot Sims: Blues And Haikus (1959)
Un interno americano visto dalla finestra di uno studio di registrazione. Moveless minds see motion, direbbe lui. Questo disco diversamente dai suoi libri, non sarà rappresentativo di nulla, pone semplicemente quello che sarà un visionario beat spalla a spalla con la passione per qualcosa che è solo e tremendamente “americano”.
Potrebbe darsi che si tratti di un elogio alla pigrizia votato al blues.
Kerouack per la cronaca non sapeva cantare ma, come si dice, it don’t mean a thing if it ain’t got that swing.

Wild Classical Music Ensemble – st (sub rosa 2007)
Kim, Lihn, Rudy, Johan e Sebastien sono quattro ragazzi con una grave disabilità mentale. Autistici, down, ritardati, così dice la gente. Nel 2007 si mettono insieme a Damien e danno vita ad un gruppo punk avantgarde non per andare ad un fottuto reality e diventare ricchi (non potendo tornare “sani”) ma per tirare fuori il mostro da dentro e prenderlo a calci in culo. Il progetto lo chiamano classical music ensemble e dall’ascolto del disco direi che l’obiettivo è centrato. La musica? Immaginate i Naked City regrediti all’infanzia che scoprono lo stupore di poter saturare la banda dell’equalizer.
E’ il suono di chi scopre il luna park dopo anni di (auto)reclusione e sofferenza. Sono le sensazioni di schiacciare, premere, grattare, soffiare, gridare, cantare, salmodiare, il tutto senza il filtro della cosiddetta “ragione” a farci capire che normale non ci è nessuno. La gioia che esonda come una cascata, la malattia cacciata via ad urlacci. Una band straordinaria ma soprattutto un’altra idea di cosa possa davvero fare la musica per salvare il mondo.
Ah dimenticavo, uscì nella categoria “music in the margin” sul catalogo sub rosa, specializzato in avantgarde ed altri suoni. Loro sì che si sono accorti di quanto sia labile il confine e che, per dirla sempre con lo zio bill, “nulla è vero/tutto è permesso”.




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