Il braccio nella massa densa

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Saturazione e permeabilità. Il consumismo musicale digitale è diventato insopportabile.
Un esercizio può aiutarci a capire: ogni mese outsider music trasmette 4 volte. Ogni volta per preparare una puntata sono davanti ad un bivio esistenziale. Già perchè due ore di ascolti possono far uscire, se sei fortunato, una cassettina, o nella migliore delle ipotesi una vecchia ristampa. Il processo creativo ha subito – diciamo – una forma di sclerotizzazione delle estremità. Le cose buone sono sotterrate e insondabili ma appena più sopra puoi sguazzare nella normalità più assoluta – divertendoci anche, per carità – ma ci vuole ben altro. Come posso abbeverare la mia anima assetata?
Il quarto millennio ha abolito il centro, la prospettiva e le normali tre dimensioni. Sono questioni che possono fare impazzire un appassionato vero di musica. Personalmento mi sento stritolato da questa contro-rivoluzione.
Per non sbollirmi di seghe mentali ho deciso di agire. Il mare è largo ma non ho paura e levo gli ormeggi. L’unico contatto con il reale arriverà dopo mesi di prove digitali.
Un giro rapido, come al solito. Da pistolero, con gesto sicuro apro tre schede (simbolo dell’immaterialità precaria della vita, condizionata da meccanismi digitali che entrano dentro, bucando la pelle, nelle abitudini “famigliari”) forced exposure, a-musik e waxydermy, ne ho fatto uno zaino e sono partito per il mare.
Questo è l’antefatto, sotto forma di monologo domestico, prendetelo come uno sfogo, di quelli che Celine faceva al pappagallo che teneva in casa. Forse anche io sto diventando un vecchio reazionario, sempre pronto a puntare il dito, per scovare la carie che corrode da dentro la moralità della musica (che non è evidentemente mai esistita).
Ma come sempre turandosi il naso si può immergere il braccio nella massa densa ma senza forma, anche a rischio di farsi azzannare da blog cannibali e trendsetter, o di finire sequestrati in qualche nuovo fenomeno di costume. Correre il rischio, perchè vi amo cari ascoltatori e non vi darei mai la roba tagliata.

ps appena usciti, ristampati e comunque freschissimi
musiche per una nuova primavera

Michael Yonkers – Michael Lee Yonkers [Drag City Rist 2014]
L’uomo dietro la recente operazione Plastic Crimewave Sound verso gli anni 70 viveva con una colorata famiglia in una specie di tepore domestico alimentato da un senso perenne di sbronza. A volte gli prendeva bene, come in questo caso, appena ristampato da Drag City (sempre a caccia, eh?), a volte molto male, e si sprofondava in un delirio alcolico con manie depressive e suicide. Qui la storia è diversa. Immaginate la incredible string band regredita all’infanzia in un centro per alcolisti di una sperduta località americana che si dedica a private press all’insegna del country più casalingo e senza orpelli. Ma come sempre tra il letame splendono fiori lucenti, tra risate di bambini, applausi e rime compiaciute davanti al caminetto. Per i fan della outsider music più casereccia e confidenziale e per quelli che credono che non ci si debba necessariamente sempre prendere sul serio questo sarà sicuramente must.

Carla Bozulich – Boy [Constellation 2014] Sicuramente uno dei best so far. La Bozulich più scheletrica e drogata di sempre rasa via ogni orpello, per una musica che più notturna e lasciva non si può. Ma è anche il disco più soul della acidissima Carla. Soul nero, come i polmoni intossicati della Ruhr, intasato di strumenti che strascicano e graffiano, striscia come un serpente prima di morderti al collo. Con una scrittura potentissima e ritmiche tribali (il nostro Andrea Belfi) la Bozulich è una musa nera, meno strillona di Lydia Lunch, più dark di e wave di Christina Carter. Un’altra spina nel mio cuore.

Charlemagne Palestine & Z’Ev [Sub Rosa 2013]
E’ successo. Provo un amore incondizionato verso Charlemagne Palestine, lo sento uno della famiglia, come se fosse un vecchio zio amante della musica microtonale e del brandy. Fin da giovanissimo Palestine ha studiato il volo degli uccelli, il suono delle campane, la ripetizione casuale dei timbri. L’incontro con il percussionista americano Z’ev è un disco tombale, capace di mettere la parola fine sul nascere a molte esperienze con-simili. La grazia del suono dei bicchieri, i pupazzi sul Bosendorfer Grand piano, l’aria che sembra promanare dalle percussioni di Stefan Weisser: tutto è uno e Charles Martin è una misura del divino, manifestato in forma popolare. Queste musiche hanno il sigillo del sacro. Una esperienza extra-corporale.

Akira Sakata & Giovanni di Domenico – Iruman [Mbari 2014]
Haiku. Un antro riparato dal caos, due uomini, età diversissime, si incontrano. Uno è giapponese. Si chiama Akira Sakata ed è nato nel 1945 a Hiroshima, sei mesi prima che Little Boy riducesse la città ad un mucchio di ceneri radioattive. Con il suo sax ha squarciato a metà il sipario nel trio di Yosuke Yamashita. L’incontro con questo giovane pianista di origini italiane, l’altro, è un riassunto della lunghissima carriera del primo. Di Domenico si siede al piano e segue fedele le traiettorie del sax di Sakata, tutto qui. Come il maestro zen con il suo allievo, seduti all’ombra della storia, i due guardano passare il film di una vita, narrato attraverso rapidi gesti di pennello, come ideogrammi. Splendido.

Peter Walker – has Anybody seen our freedoms? [Delmore 2013]
Peter partecipava regolarmente ai test del dott. Timoty Leary. Ma non si trattava di valutare il q.i o di misurare la coda ai pesci. Venivano distribuiti graziosi bicchierini con lo smile che contenevano aranciata e acido lisergico,.
Walker in un angolo, con la sua chitarra improvvisa questi 8 micro-raga di denuncia, aprendo una prima, significativa crepa nell’ottimismo del flower power. E i presupposti c’erano tutti. Tanto per la cronaca le liberta di cui si domanda Walker non le ha più viste nessuno.

stay free!




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