Musiche impossibili dell’oriente estremo. Una storia segreta

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Il Giappone della fine degli anni 50 era un enigma indecifrabile come una partita di Go. Persa la guerra e non ancora diradatisi le nebbie nucleari scaricate da enola gay, il paese cercava di rialzare la testa. Anzitutto culturalmente, a causa di un improbabile tentativo di far pace col passato. Dopo la guerra, praticamente tutta la musica giapponese era figlia del jazz e del rock che provenivano dagli states, allungando il conto di un debito che ormai sarebbe stato impossibile da pagare.
Dopo secoli di radicale autonomia nello sviluppo dei modelli culturali “locali”, blindati dai misteriosi segni dell’alfabeto kenji, finalmente verso la metà dei 50 le cose inziarono a cambiare. Come funghetti sacri nascevano i primi, rabbiosi strappi verso la stratosfera.
Più di chiunque altro accese la miccia il Group Ongaku, potente macchina free-form che prendeva tanto dai californiani del Flusso (!), quanto dall’accademia di Darmstad (Cage e Stockausen), collettivo già apprezzato alla fine degli anni 50 tanto da Ennio Morricone (che all’epoca oltre a Se telefonando con Mina era impegnato anche lui in torbidi progetti underground) quanto da Cornelius Cardew e Keith Rowe. Il Gruppo mescolava la tradizione giapponese del balletto e del teatro Gedo con potenti iniezioni di avanguardia pura, rifiuto del serialismo, scatarrate e sputazzi sonori che dopo 50 (cinquanta) anni possono far impallidire l’ascoltatore non preparato.
L’influenza del Gruppo fu enorme e si diffuse rapidamente nel giro di qualche anno, tanto che tra chi li citava potevi trovare una band di  scoppiati come i Red Crayola, quanto l’austero collettivo italiano denominato GINC (o gruppo di improvvisazione nuova consonanza, esperienza seminale tra le più importanti e sconosciute dell’intera storia del rock di rottura). A ciò è necessario aggiungere che non esistevano allora nè le riviste attente a questo tipo di fenomeni, nè tantomeno altro modo di carpire informazioni su questo sotto-mondo. Dopo il Group Ongaku, nulla sarà più lo stesso. La psichedelia, il folklore e la musica free form saranno per sempre nel dna delle esperienze radicali fatti nella terra dei ciliegi.
Dopo lo svergognamento del 69, che mise a nudo il re, portando fuori tutte le contraddizioni e le repressioni di una società impazzita, dall’LSD al sesso libero al rock rumoroso e fuori di testa, le cose sarebbero cambiate ancora.
Nel Dicembre del 1971 un movimento di protesta nato per appoggiare alcuni agricoltori di Tokyo contro l’espansione di un aeroporto, si trasformò nella prima sarabanda autenticamente di rottura con la tradizione musicale che i giovani nipponici avessero mai conosciuto; non a caso, per questo concerto misterioso, di cui esistono varie versioni clandestine dai bootleg in cd ai super8, furono chiamate tutte le derive della now-music, nessuno escluso: il resoconto sonoro è una brillante miscellanea di momenti free-jazz (Masayuki ‘Jojo’ Takayanagi, Mototeru Takagi, Shun Ochiai); rock più basico (Dew; bravi i Blues Creation); folk tradizionale (Fujin Kotodai) e contestatario (Zuno Keisatsu) e, in cauda venenum, noise da camera delle torture con i Lost Aaraaff di Keiji Haino, con una programmatica Hell of screams. Quel giovane lungocrinito che si muoveva come un indiavolato, esoterica mutazione genetica tra Robert Johnson, Hendrix e un monaco zen, sarà non a caso considerato uno dei maestri segreti della musica del dopoguerra.
La strada ormai era aperta: nacquero i Taj Majal Travellers e Les Rallizes Denudes, band che coniarono lingue segrete capaci di sradicare le convenzioni borghesi in musica, producendo forse la vetta, mai eguagliata di uno sperimentalismo, oserei dire “politico”, senza precedenti. Queste musiche estreme e impossibili ridicolizzavano l’intorpidimento di una società inginocchiata al dio del benessere che sacrificava le passioni sull’altare della trimurti lavoro-casa-famiglia, anestetizzando i suoi impulsi più animaleschi, psichici e fisici. Secondo il vangelo di questi rivoluzionari armati di grossi impianti di amplificazione, la contemporaneità era sempre meno capace di elaborare (e capire) i segnali di frattura che venivano da certi settori della società. Lsd, critica dell’establishment e rumore misto all’improvvisazione radicale come icona dell’assassinio delle convenzioni, entrarono prepotentemente nel lessico dei giovani nipponici.
A tacer d’altro, in musica questi passaggi rimangono ancora insuperati. Taj Mahal Travellers furono, gli inventori del drone, una musica che oggi ha perso tutta la sua provocatoria instancabile bellezza, rinsecchita come si trova tra futili esperimenti riproduttivi (direi seriali ma non lo dico) e mere questioni estetiche.
Les Rallized Denudes, grazie a Mizutani e ai suoi amici svitati, furono rinnegati ancor prima dalla stessa società che mettevano a nudo con lamate di rumore bianco che dai loro ascoltatori. Mescolarono violenza musicale e lotta politica finchè alcuni di loro furono arrestati- libretto rosso in tasca – mentre dirottavano in Korea il famoso volo di linea Yodogo. Il governo non la prese bene e sappiamo come è andata a finire: i dischi spariti, Mizutani che finisce a fare l’eremita nei bassifondi di Tokio protetto da alcuni amici e costantemente braccato dai servizi segreti giapponesi, così che tutta la storia finisce in archivio. Fino ad oggi.
Se certi eccessi non scandalizzano più e gli ascoltatori hanno imparato, seppur senza capire a fondo, a distillare senso dalle grammatiche giapponesi, è altrettanto vero che la situazione è ancora fluida. Sentiamo una riscoperta del prog più marcio, coon la contestuale esumazioni di tecniche che certamente nei tardi 60 gente come Magical Power Mako, Gedo e J.A. Caesar, Takeishi Mizutani o Masaiko Sato, hanno saputo approfondire su dischi rimasti senza ascoltatori. fino ad oggi, appunto.
Come a confermare ancora una volta che “sasso che rotola non conosce la sua traiettoria”, queste musiche impossibili sanno trascinarci verso troppe conclusioni retoriche affrettate. Perchè non c’è dubbio che questi siano acolti indispensabili ancor prima che per capire, per godere.

Segue una discografia selezionata ben bene da Outsider Music per farsi largo nell’oceano scuro

Giappone prima del diluvio – apres moi le deluge/pietre d’angolo – la mistura del miso
Group Ongaku – Music of Group Ongaku, selected works from 50 and 60s (reissue)
Taj Majal Travellers – Live in Stockolm 1971
Aa. VV – Genya Concert (bootleg! 1971)
Les Rallized Denudes – Great White Wonder (1974 4xcd)
Toshiyuki Tsuchitori/Ryuichi Sakamoto – Hateruma/Disappointment (1976)
Kaoru Abe – Last Recordings (disk union japan 1978 reissue)

The New Herd – Nuovi germogli di soia (radioattiva)
Aa. Vv – Improvised Music from Japan (10xcd – japan improv 2001)
Otomo Yoshihide – Ensemble Cathode (japan improv 2002)
Kukan Gendai – 2 (headz japan 2012)
Hose – III (headz/Unknown Mix Japan 2013)
Goat – New Games (headz/unknown mix 2013)
System 7 & Rovo – Hinotori (2013)
Tetuzi Akiyama Tom Carter Christian Kiefer – The Darkened Mirror (2013)

ATTENZIONE: USARE CON CAUTELA.




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