Prima era una tendopoli abusiva, ora un accampamento selvaggio

saluzzo by night Nel Foro boario di Saluzzo a inizio luglio bivaccano abusivamente circa 400 migranti africani, senza acqua, corrente elettrica e servizi igienici. Dormono su dei cartoni e sotto teli di fortuna. L’11 giugno è avvenuto lo sgombero farsa voluto dal sindaco per “far capire che il piano accoglienza sarebbe stato portato avanti senza tentennamenti dove deve essere chiaro che il saluzzese è un mercato con regole e confini, non il far west”. I migranti presenti erano circa 150. L’anno scorso ci fu un picco di 400 raccoglitori, ora sono arrivati a 600.

La coldiretti – cioè i padroni che dovrebbero dare lavoro a queste persone che non hanno bisogno di assistenzialismo, ma sono fieri e dignitosi lavoratori – ha allestito un campo “ufficiale” per 66 persone. Ma ora ci sono circa 600 lavoratori accampati in un campeggio senza strutture, sorto a ridosso dell’altro nei pressi del Foro boario, un po’ nascosto per non dare troppo fastidio alla “zona grigia” (nel senso che dava alla espressione Primo Levi) degli autoctoni, che non vanno molto al di là di un “Poverini”, sussurrato con aria mesta tirando via, evitando ogni contatto: assistenzialismo un po’ peloso, tipicamente cattolico. Ci sono alcuni anziani curiosi e un po’ aperti, ma la maggioranza non è nemmeno consapevole.

Il lavoro poi è il protagonista mancante, perché la campagna è in ritardo e la raccolta di pesche comincia soltanto ora e a ritmo ridotto, perciò si riescono a impegnare pochi lavoratori: la stima non supera i 200 ingaggiati. Oltre alle solite piaghe dei lavori stagionali in campagna, anche se qui non si aggiunge il caporalato che affligge Puglia e Calabria in particolare, si assiste al lavoro grigio: le ore effettivamente lavorate non sono mai quelle denunciate.

Tutti sapevano da mesi, come già si era detto nelle dirette andate in onda su questa emittente già in febbraio con Yvan e poi un paio di mesi fa con Walter, eppure si è arrivati anche quest’anno alla emergenza. Sicuramente il cosiddetto “Progetto Accoglienza” non è del tutto realistico visto quello che sta succedendo: la realtà è fatta di corpi, odori, voci, fame, emozioni,  non solo di tavoli, carte, parole e calcoli…

Bisogna andarci al foro per capire veramente, guardare negli occhi chi è là, di chi va a fare le «passeggiate alle reti» che sono le recinzioni del campo “ufficiale” (con regole assurde, gradualmente fatte rientrare in parte, ma comunque improntate a regole militari che ricordano la vecchia naja), sentire la puzza del cibo andato a male, evitare le pozzanghere schiumose e i resti di scarpe e biciclette, respirare la rassegnazione, la diffidenza, la rabbia, la vita che nonostante tutto e tutti emana da un drappello di persone di nazionalità, lingue, etnie diverse che comunque sono riusciti a fare comunità, giocano a dama, ascoltano musica africana dal cellulare, giocano a pallone; mentre guardiani simili a kapò sorvegliano l’altro lager, quello ufficiale, affinché i reietti non possano accedervi, privi come sono del braccialetto giallo che identifica i “privilegiati” che vivono in container bollenti e almeno possono accedere a dei bagni e a tre docce in 66, anziché una ricavata da una turca in 550. Magari un’occasione per andarci è la serata di sabato 27 luglio, quando Baba Sissoko farà una digressione straordinaria dal suo Tour estivo per portare la sua musica di griot maliano e conforto a questi lavoratori trattati da schiavi.

Ecco il racconto coinvolgente di Gabriele, uno dei partecipanti al comitato antirazzista saluzzese, che condivide anche il giaciglio in questi mesi con i raccoglitori accampati.

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