Libia. Il vaso di Pandora

petrolio_libiaIeri uomini armati hanno fatto irruzione nel Congresso generale nazionale di Tripoli, il parlamento libico, riunito per eleggere un nuovo primo ministro, costringendo l’assemblea a interrompere i lavori.
Secondo il portavoce del governo, Omar Hmeidan, i deputati hanno abbandonato l’edificio dove ci sarebbero stati anche decine di feriti. I miliziani sarebbero riconducibili a uno dei sette candidati che ieri non è riuscito a superare il quorum del 50% per essere eletto. Il voto è stato rinviato alla prossima settimana.
Sono continui gli attentati in tutto il paese. Almeno due soldati sono rimasti uccisi il 28 aprile nell’esplosione di un’autobomba deflagrata all’ingresso di una caserma delle forze speciali a Bengàsi, principale città della Cirenaica. L’esplosione è avvenuta lungo la strada che porta all’aeroporto locale e sarebbe stata messa a segno da un attentatore suicida.
Intanto, sul fronte economico, la Compagnia nazionale di petrolio (Noc) ha annunciato ieri la ripresa delle esportazioni di greggio dal porto di Zwitina, bloccato per nove mesi dai gruppi armati indipendentisti cireaici.
L’attacco al parlamento dimostra che la Libia è ormai uno Stato fallito. Se le milizie riescono ad agire anche nella capitale, è segno che non solo la Cirenaica e il Fezzan sfuggono al controllo di Tripoli, ma nel cuore stesso della Tripolitania agiscono forze centripete, che, non riuscendo a prendere il controllo, fanno saltare regolarmente il banco.
In Libia si intersecano sia dinamiche di tipo tribale che religioso.
Anche nei decenni della dittatura di Gheddafi, nonostante i riferimenti al socialismo, le dinamiche tribali avevano continuato a determinare un gioco politico che si reggeva sul pugno di ferro e su una sapiente distribuzione delle risorse petrolifere che garantiva un buono standard di vita a gran parte dei libici, che potevano permettersi di affidare gram parte dei lavori meno gradevoli ad una vasta popolazione immigrata, trattata a condizioni da fame.
La rottura di quest’equilibrio, determinata dalla guerra voluta da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, e a ruota, dall’Italia per il controllo del paese, ha aperto un vaso di Pandora, che ha reso incontrollabile la situazione. In Libia, come già in Afganistan, Iraq, Siria, i paesi occidentali stringono alleanze con le forze islamiste radicali per contrastare i nazionalismi laici, venati di un terzomondismo in via di estinzione. Queste alleanze si rivelano “liason dangereuse”, legami molto pericolosi, che innescano situazioni in cui le potenze occidentali vincono le guerre e perdono la pace.
L’Iraq, dove oggi si tengono le elezioni, l’Afganistan e la stessa Siria, sono nazioni fuori controllo, dove diviene impossibile fare affari in sicurezza.
La Libia è diventato un boomerang per chi a cent’anni dalla guerra italo-turca che spostò le regioni della Cirenaica, della Tripolitania e del Fezzan dal controllo della mezzaluna turca a quello del regno d’Italia, ha provato a spostare il paese dall’area di influenza italiana a quella francese, inglese, statunitense.

Ne abbiamo parlato con Stefano Capello, autore, tra gli altri, di “Oltre il giardino”.

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