Guatemala: la primavera dei movimenti?

La cronaca riporta in questi giorni il Guatemala sulle prime pagine dei media occidentali. Notizie che naturalmente durano poche ore per raccontare l’ennesima enorme frana che ha sepolto viva un’intera comunità lo scorso giovedì notte.

Si continua a scavare, ma tra cadaveri e dispersi, il numero di morti supererà le 400 persone. Questa comunità si trovava all’estrema periferia est della capitale, carretera al Salvador, e si era sviluppata in una zona pericolosa, non adatta ad alcun tipo di insediamento. La stragrande maggiornaza della popolazione di Ciudad de Guatemala sopravvive attraverso la raccolta e la differenziazione di rifiuti nelle strade, o il piccolo commercio informale, e costruisce la propria baracca di lamiera o la propria casa con qualche blocco di cemento, dove può e dove capita. Una popolazione che cresce di anno in anno e che a ondate, dalle montagne e dalle campagne, dalle periferie rurali e impoverite del paese, si riversa nei labirinti caotici dell’immensa capitale, vivendo in condizioni di estrema povertà e precarietà.

Le famiglie povere arrivano nella città e cercano di “occupare” un pezzetto di terra dove costruire la propria baracchina. Si costituiscono così, ininterrottamente e senza la minina pianificazione, enormi insediamenti spontanei sui fianchi di montagne e burroni, scavando terrazzamenti in presenza di forti dislivelli. In questa potente geografia visuale della miseria e della precarietà abitativa – dove chi sta peggio ed è più povero si posiziona al fondo dei barrancos (dirupi) – la società guatemalteca si stratifica in modo autoevidente, continuando a proiettare le sue disuguaglianze storiche e strutturali, siano queste costruite su base etnica e/o di classe. Il razzismo e la segregazione si materializzano così, giorno dopo giorno, dai fianchi delle montagne su cui sorge la città più grande del Centro America, fino alle zona più remote e abbandonate del paese, dove vive la più grande percentuale di popolazione originaria maya dell’intera regione (e che costituisce più del 60% della popolazione guatemalteca).

Nel corso degli ultimi otto mesi si è affacciato nella grande piazza centrale della città capitale e nelle sue strade un movimento ampio e composito, che ha aggregato settori e componenti tradizionalmente molto divisi di popolazione. L’ennesimo episodio di corruzione sfacciata, architettato dalla presidenza e vicepresidenza della repubblica, costato alle casse del paese milioni e milioni di quetzales, ha messo in moto un movimento popolare molto determinato e capace di mettere in discussione, soprattutto nel corso degli ultimi due mesi, lo stesso assetto “democratico” del Guatemala, basato, fin dalla sua origine liberale e post-coloniale, sulla potentissima oligarchia locale e su ingerenze straniere di ogni tipo, prima tra tutte l’influenza politica asfissiante e pervasiva degli Stati Uniti. Alla luce di tutti questi fattori, le recenti elezioni politiche per il rinnovo della presidenza sono state in parte partecipate, ma hanno visto anche un alto astensionismo e l’intenzione di non lasciare le piazze e gli spazi di discussione nati in questi mesi. Un tempo durante il quale, per una volta, la base etnica, sociale e di classe ha fatto da collante e non da strumento di esclusione sociale e segregazione strutturale.

Abbiamo parlato di questo lungo periodo di mobilitazioni e dello scandalo che ha coinvolto l’ormai ex-presidente Otto Peréz Molina e la ex-vicepresidente Roxana Baldetti (entrambi attualmente in carcere) con Anna, una compagna che vive da molti anni in Guatemala. Ascolta il contributo:

anna_guate

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