La residenza come dispositivo di controllo ed inclusione differenziata

Questa mattina abbiamo analizzato insieme ad Enrico Gargiulo, ricercatore precario presso l’Università del Piemonte Orientale, l’ampia “materia” che riguarda l’accesso alla residenza e la possibilità di iscrizione anagrafica nei diversi comuni dello stato.

La residenza non è un istituto previsto solamente dall’ordinamento giuridico italiano, ma è presente, ad esempio, anche in altri paesi europei. In Francia, Spagna e Regno Unito esistono dispositivi simili volti a garantire l’accesso alla “cittadinanza” – termine ormai sempre più vacuo, essendo slegato dalla effettiva condizione che si trovano a vivere soggetti sul territorio di stati sempre più attraversati da molteplici confini di classe/genere/razza/sessualità/… -, intesa come possibilità di soddisfare bisogni essenziali quali salute, istruzione, possibilità di ottenere una casa popolare, ecc. Nella stagione dei “sindaci sceriffo”, la produzione di ordinanze speciali per negare o rendere di fatto impossibile l’accesso alla residenza per persone migranti, rom, o comunque indesiderabili o socialmente pericolose ha raggiunto picchi clamorosi, in particolare nei piccoli comuni del Nord Est. In modo differente e più subdolo, anche grandi città come Torino hanno saputo negare o “differenziare” la residenza (come nel caso di Via della Casa Comunale n. 3), piuttosto che discriminare ed includere differenzialmente nello spazio urbano soggetti ordinati gerarchicamente, attraverso azioni amministrative più opache e meno esplicitamente razziste.

Naturalmente in questo discorso non bisogna dimenticare il “lato oscuro” della residenza. Essa infatti ha storicamente rappresentato una forma di controllo capillare di popolazione e territorio da parte dello stato ed è interessante analizzare la trasformazione di questa sua funzione, con particolare attenzione all’ultimo decennio. L’articolo 5 del decreto Lupi ha manifestato come la residenza possa farsi strumento di politiche puramente repressive, laddove si è stabilita la possibilità di negare la residenza a chi, rispondendo ad un bisogno materiale e portando avanti la lotta per la casa, vive in occupazione.

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