Ballarò, Palermo: spari su chi si ribella

Una storia a lieto fine per il Venticinque Aprile.

Tutto inizia il 2 aprile, quando Yusupha, immigrato gambiano non sopporta più le angherie dei bulletti fascistoidi che si aggirano nel quartiere popolare di Ballarò e si ribella, reagendo li costringe ad andare a chiedere al giovane mafioso dedito a estorcere il pizzo ai proprietari di bancarelle bengalesi di vendicarli; il mafioso comprende che ne va della sua autorevolezza (e quindi dei suoi affari, perché la resistenza del giovane musicista potrebbe essere presa a modello dai suoi taglieggiati) e mette in atto una rappresaglia feroce: insegue Yusupha e a bruciapelo gli spara alla nuca.

Fortunatamente il giovane gambiano se l’è cavata con qualche giorno di coma, perché la pallottola è uscita dalla calotta cranica senza ledere il cervello, ma nel frattempo la terza buona notizia di questo racconto edificante simbolico della sollevazione individuale contro il sopruso è che questa ribellione diventa collettiva nella manifestazione di più di mille persone che un sabato pomeriggio sotto la pioggia hanno protestato contro l’atto violento ai danni di un migrante, di intimidazione contro tutti gli altri e anche per il primario atteggiamento delle istituzioni e della velina giornalistica che rubricava il fatto come regolamento di conti.

Solo dopo la dimissione dall’ospedale le istituzioni hanno fatto diventare Yusupha un simbolo, invitando addirittura i parenti dal Gambia

Giulio si è occupato del caso per Officina Rebelde e ci ha fatto un quadro del quartiere e della città in cui si inserisce l’episodio, raccontandoci nei dettagli cosa è avvenuto:

Palermo

 

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