Ancora sui ballottaggi del 19 giugno

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La vittoria dei 5 stelle, in particolare a Torino e Roma, ha scatenato una sorta di tifo da stadio tra compagni e non. C’è chi ha visto come priorità assoluta la disfatta di Fassino e la bastonata al governo Renzi. C’è chi nutre speranze nel movimento pentastellato e ritiene che sia un laboratorio politico ben permeabile alle spinte dal basso. C’è chi ha visto nell’insediamento di un sindaco No Tav nella capitale sabauda un passaggio epocale. Poi c’è chi li ritiene una forma postmoderna di fascismo strisciante. Chi li ritiene un baraccone inconcludente capace di raccogliere a destra e a manca, anche sollecitando la pancia più sordida del paese. Chi ancora pensa che sia un movimento che ha già subito la sua normalizzazione sotto l’offensiva politica e mediatica seguita all’exploit elettorale del 25 febbraio 2013 e oggi cerca di accreditarsi come forza politica responsabile e affidabile anche per l’establishment politico ed economico mondiale. Quasi in tutte queste preposizioni c’è qualcosa di vero. Ma a noi interessa poco il tifo per l’uno o contro l’altro. Ci preme invece capire quali aspettative i concentrano sul movimento fondato da Grillo e perché. Ci interessa rilevare che da tempo non si registrava una connotazione di classe, pur in senso sociologico e non politico, del voto. L’avevamo già rilevato nel 2013 ma oggi ne abbiamo un ulteriore riscontro nel dato torinese: la geografia elettorale ricalca in maniera impressionante quella che era stata la geografia della mobilitazione del 9 dicembre passata alle cronache come la “protesta dei forconi”.

Riteniamo indispensabile guardare dritto al cuore del coacervo di contraddizioni che in questa tornata hanno trovato dimora presso il M5S perché se la deriva parlamentare e l’assorbimento istituzionale di questo amorfo soggetto politico è sempre dietro l’angolo, allo stesso non ci sembra immaginabile l’assorbimento complessivo delle istanze che oggi lo spingono in alto.

Ne abbiamo ragionato con Raffaele Sciortino

 

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