I Tropici sono Tristi, ovvero il re è nudo: l’antropologia tra libertà e responsabilità della ricerca

levistraussNei giorni scorsi il Tribunale di Torino ha condannato una studentessa di antropologia culturale, laureatasi nel 2014 alla Ca’ Foscari di Venezia con una tesi di ricerca dedicata al movimento NoTav, a due mesi di reclusione per concorso in violenza aggravata e occupazione di terreni, un episodio che risale al 2013. Le motivazioni della sentenza non sono state ancora pubblicate, ma si sa che il pubblico ministero le ha contestato, tra le altre cose, l’uso del “noi partecipativo” nella sua tesi, che avvalorerebbe la tesi del “concorso”. Ancora, ultimamente, al docente associato di Antropologia Culturale della Federico II di Napoli Enzo Alliegro, già ascoltato dai microfoni di Radio BlackOut per approfondire il tema della petrolizzazione della Lucania e dei movimenti di protesta sorti in quel territorio ( tema al quale Alliegro ha dedicato anche “Il totem nero. Petrolio, sviluppo e confitti in Basilicata”), è pervenuto dal Tribunale di Brindisi un avviso di garanzia e chiusura indagini preliminari conseguente alla sua partecipazione ad una manifestazione di protesta contro il taglio degli ulivi indiscriminato per la vicenda xylella, alla quale partecipava per un progetto di ricerca che porta avanti insieme ad altri colleghi e colleghe. Diverse associazioni del settore, tra le quali L’Anuac- Associazione Nazionale universitaria degli antropologi culturali- hanno espresso solidarietà al docente e alla studentessa. Emerge, da tali vicende, un aspetto inquietante del rapporto tra giustizia penale e libera ricerca. Come ricorda infatti Adriano Favole, docente presso Unito, in un articolo apparso ieri sul supplemento domenicale de Il Corriere, La Lettura, dal titolo “Processo all’antropologia culturale”, l’osservazione partecipata, per la quale i due studiosi sono finiti nel mirino dei tribunali, è parte integrante, conditio sine qua non e pratica immanente al mestiere dell’antropologo. Non può darsi antropologia, e antropologia vera, senza il collocarsi in situ-azione del ricercatore e della ricercatrice, col proprio corpo, nell’eterna dialettica quasi ossimorica- come ci ricorda l’antropologa Elena Bougleaux dell’Università di Bergamo- tra l’osservazione ( che sottende il distacco, il distanziamento critico) e la partecipazione ( alla quale invece è propria la relazione empatica con l’Altro, gli altri, le altre). Ma Bougleaux, e tanto più interessante appare la considerazione, nella sua portata critica, in quanto avanzata da una ricercatrice, avverte sul rischio di una giustificazione/legittimazione della pratica antropologica fondata su parametri e criteri disciplinari. Si deve infatti scongiurare in ogni modo il rischio di scivolare nell’involontaria  ma possibile delegittimazione degli altri, di quelli e quelle che lottano, in ogni contesto, senza “cappelli” accademici, senza giustificazioni scientifiche. E forse, possiamo ipotizzare, si colpisce la ricerca proprio quando dà voce, di fatto, alle lotte…L’antropologia, specie quando approccia i movimenti, deve dunque porsi come traduzione delle voci dissonanti, a restituire i sensi multipli di discorsi altri- subalterni, o alternativi- rispetto al discorso dominante, ribaltando il segno della propria genesi storica e degli effetti sociali e politici che produsse quando piegò il proprio lavoro sul campo alla logica e agli interessi dell’impresa coloniale. L’unica ricerca possibile in quanto genuina è dunque un viaggio- il più lungo- in cui stare corpo-a-corpo con il reale, con l’altro; un rapporto anche fisico, materiale, che spesso, se schietto, può trasformarsi  in un corpo-a-corpo col potere, specie se finisce per rilevarne “i sottoprodotti malefici”- come scriveva un ispirato Levi Strauss nel capitolo conclusivo del celeberrimo Tristi Tropici– che infettano la terra.

“Ciò che per prima cosa ci mostrate, o viaggi, è la nostra sozzura gettata sul volto dell’umanità”.

Ascolta la diretta con Elena Bougleaux, Antropologa presso l’Università di Bergamo

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