Donald, is not the Trump?

manifestazionetrumpÉ trascorsa una settimana dall’elezione di Donald Trump. A gennaio, l’outsider, maschilista, razzista, miliardario e palazzinaro statunitense entrerà da padrone alla Casa Bianca, prendendo il posto del primo presidente afroamericano della storia degli Stati Uniti.
Basterebbe quest’immagine per cogliere la portata simbolica e reale di queste elezioni.

The Donald vince senza avere la maggioranza dei voti. Non è una novità: il sistema elettorale statunitense, rigorosamente maggioritario – the winner takes all – permette quest’esito apparentemente paradossale.
In realtà nessuno dei due candidati ha raccolto consensi entusiasti, al punto che Clinton ha preso sette milioni di voti in meno di Obama, Trump ne ha presi meno del rivale di Obama, Romney, sconfitto quattro anni fa.

Trump, pur collocandosi nel solco di predecessori come Reagan e Bush junior, ha fatto una campagna elettorale di segno isolazionista in politica estera, protezionista in politica interna.

I suoi primi passi confermano che l’uomo che ha sbaragliato Clinton e, prima di lei, l’intero apparato del proprio stesso partito, intende, al di là di qualche dichiarazione distensiva di prammatica, incarnare sino in fondo la destra profonda statunitense, suprematista bianca, nemica della libertà femminile, in guerra contro gli immigrati.
Trump ha annunciato la volontà di nominare un giudice antiabortista per il posto vacante alla Corte Suprema, di aumentare la spesa militare e la pressione disciplinare sulla società statunitense.
La nomina di Steve Bannon a consigliere personale del nuovo presidente è il segno che Trump è deciso a mantenere le proprie promesse. D’altra parte Trump ha mantenuto la propria linea persino quando le dichiarazioni sessiste lo avevano fatto precipitare nei sondaggi.
Forse sapeva che chi ha le sue opinioni difficilmente le dice agli incaricati delle società di rilevamento. Forse.
Bannon, di cui è uscito oggi un profilo sul Corriere della Sera curato da Massimo Gaggi, è un fascista, che non ha nessuna intenzione di nascondersi.
Il flirt con Putin è cominciato con una amichevole telefonata, tra due leader, che, al di là dei posizionamenti sullo scacchiere politico globale, hanno molto in comune. Sono entrambi autoritari, maschilisti, omofobi e razzisti.

La vittoria di Putin ha tuttavia innescato una lunga serie di proteste, con scontri di piazza ed arresti, che mostrano una volontà chiara dei movimenti di questi anni, i cui attivisti in buona parte appartengono alla maggioranza schiacciante che non ha votato, di voler mettere in piazza un’opposizione a Trump, che non è rimpianto per Clinton, ma si nutre della forza crescente di situazioni di lotta, spesso locali, ma molto radicate nei propri territori, dove ci sono state lotte non di rado vittoriose. Si va dalla resistenza dei Dakota ad una nuova pipeline, ai lavoratori che hanno strappato un salario minimo non irrisorio, agli antiproibizionisti che hanno ottenuto la liberalizzazione della marjuana per scopi terapeutici e, in alcuni stati, anche ricreativi, sino alle donne che certo non sono disponibili a rinunciare alle proprie libertà civili.

Trump ha vinto le elezioni. Se sarà davvero il vincitore, dipende dalla sua capacità di reprimere o ammortizzare la montante marea sociale, suscitata proprio dalla sua elezione.

Ne abbiamo parlato con Robertino Barbieri.

Ascolta la diretta:

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