“Ixodidae”. O della depoliticizzazione del conflitto nel sapere poliziesco

“Il 27 agosto 2012 due anarchici di Rovereto (Trento) – Daniela e Massimo – vengono arrestati con l’accusa di “associazione sovversiva” (art. 270), diverse case e due spazi anarchici perquisiti. La Procura di Trento (nelle persone di Giuseppe Amato e di Davide Ognibene), nell’ambito di un’inchiesta contro 43 compagni, aveva chiesto otto mandati di cattura per “associazione sovversiva con finalità di terrorismo” (art. 270 bis). (…)
Ai presunti membri del “Gruppo Anarchico Insurrezionalista Trentino” (“G.A.I.T.”, una sigla inventata dalla polizia politica) si contestano 28 reati. A parte manifestazioni di piazza, occupazioni o iniziative antimilitariste, si tratta di azioni dirette e sabotaggi anonimi (contro mezzi dell’esercito, ripetitori, tecnologie del controllo, agenzie interinali, banche ecc.). Nello stesso elenco figurano però anche degli scontri avvenuti in Grecia e soprattutto quelli del 3 luglio 2011 in Valsusa tra NO TAV e polizia. (…)
Il primo elemento da sottolineare è il nome stesso dell’inchiesta, “Ixodidae”, che in latino significa “zecche”. “Zecche” è il modo in cui i fascisti hanno sempre chiamato anarchici, comunisti, sovversivi. Più in generale, l’equiparazione del “nemico interno” all’animale, all’insetto, al parassita è tipica del colonialismo imperialista; una metafora nata di pari passo con la guerra chimica e con il fiorire dell’industria della disinfestazione. I “pidocchi” furono prima i parassiti da debellare con prodotti chimici in trincea e poi i popoli coloniali da bombardare con i gas, per arrivare agli ebrei, grazie al cui sterminio gli industriali della disinfestazione fecero lauti affari. Facendo i debiti distinguo, non è certo un caso che l’operazione “Ixodidae” sia arrivata nell’anno in cui maggiore è stato l’uso – per lo meno in epoca recente – di gas CS da parte delle forze dell’ordine. Il linguaggio del potere non è mai neutro né accidentale. Chi ostacola il dominio sui territori e sulle vite è una zecca da schiacciare. Va da sé che tutto ciò è ben altra cosa di una “operazione repressiva contro gli anarchici”. È ormai l’intera popolazione ad essere considerata un minuscolo e spregevole insetto di fronte all’Apparato e alla sua Grande Opera di disinfestazione sociale”

(tratto dall’opuscolo Tra virus di rivolta e disinfestazione sociale. Sull’operazione “Ixodidae”)

 

E’ a cavallo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo che l’interesse per le folle inizia a crescere progressivamente e si sviluppa una corrente di indagine sociologica centrata sul tema della “folla criminale”, già trattato da Tarde, e poi sviluppato tra gli altri da Scipio Sighele e Gustave Le Bon. Al centro delle analisi stava l’idea che le forme di azione collettiva compiute nelle situazioni di folla fossero da ricondurre non alla volontà dei singoli partecipanti, ma a meccanismi di suggestione reciproca. Secondo queste teorie, da un lato dietro alle sommosse e le rivolte delle folle si celava la regia razionale e preordinata di “criminali” e “pervertiti”, dall’altro la folla, descritta come puramente irrazionale, sarebbe stata attraversata da forme di manipolazione e “contagio” virale. Queste concezioni psicologizzanti e vetero-criminologiche dell’azione collettiva stanno tutt’oggi alla base delle rappresentazioni contenute nei manuali di polizia, attraverso cui il personale viene formato a delegittimare, depoliticizzare e criminalizzare il conflitto sociale. I dispositivi discorsivi contenuti nei manuali hanno una portata performativa non solo sulle pratiche poliziesche di “gestione dell’ordine pubblico”, ma anche sui linguaggi e sulle pratiche di altri ambiti professionali, dalla magistratura al giornalismo mainstream.

Questa mattina ne abbiamo parlato con Enrico Gargiulo, ricercatore presso l’Università del Piemonte Orientale ed autore dell’articolo L’idra dalle molte teste: le folle nel sapere di polizia.

Ascolta l’intervista:

Gargiulo

 

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