Primo Maggio a Milano. Corteo anticapitalista e antirazzista

Alcune migliaia di lavoratori hanno risposto all’appello per un corteo anticapitalista lanciato a Milano da anarchici, sindacalisti di base e autogestiti, centri sociali.
Una scommessa non facile. Una scommessa vinta.
Nonostante la pioggia battente la zona tra via Padova e viale Monza è stata attraversata da un corteo vivace e combattivo, partito da piazzale Loreto e conclusosi al parco Trotter.
C’erano i lavoratori della logistica, dei servizi, della sanità, dei trasporti che hanno scelto la strada dell’autorganizzazione e della lotta.
Una piazza ben diversa da quella del mattino, dove sindacati di stato e partiti governativi, sono stati lo specchio di un ceto burocratico, che, ormai inutile persino a sopire le lotte, è divenuto totalmente dipendente dai finanziamenti statali.

Nelle strade dell’immigrazione milanese si sono udite le voci di chi fa picchetti e rischia, di chi non piega la testa, di chi ha scelto la lotta quotidiana.

Ascolta la diretta con Massimo, un compagno che ha partecipato attivamente alla costruzione del corteo:

2017 05 02 masimo primomaggioMi

Di seguito il testo dell’appello su cui è stata costruita la manifestazione:

“Nuvole nere si addensano sui nostri cieli. A qualsiasi latitudine spirano sempre più forti venti portatori d’ulteriori ingiustizie, razzismi e sfruttamenti a cui, purtroppo e in modo pervicace, si risponde innalzando pericolosi populismi sempre più marcati in senso nazionalistico. Risposta questa sempre più funzionale a mantenere inalterati i rapporti gerarchici e di classe che hanno ingenerato l’attuale situazione di crisi economico-sociale e di cui le classi subalterne ne sono le uniche paganti il costo.

Mai come oggi lo Stato, il Capitale, i circoli dominanti si adoperano per creare frammentazioni, contrapposizioni all’interno di quello che dovrebbe essere il loro naturale blocco avverso: la classe lavoratrice, il mondo degli sfruttati e delle sfruttate.

Il fenomeno delle emigrazioni di massa, effetto strutturale dello sfruttamento internazionale del Capitale protetto dagli Stati, genera conflitti all’interno della stessa classe lavoratrice e delle classi subalterne in generale: quella cosiddetta “guerra tra poveri” creata ad arte per distogliere l’attenzione da reali responsabilità e artefici.

Le forze d’ispirazione socialdemocratica e della sinistra autoritaria e statalista, ossia quelli che un tempo, a vario titolo, si erano autoproclamati difensori degli interessi materiali, e non solo, del proletariato, hanno da tempo dismesso i panni del conflitto per assecondare, con più o meno metodi concertativi, gli interessi politici, economici e finanziari delle classi dominanti.  Questi soggetti politici e sindacali, intrisi di cultura statalista e socialdemocratica, non sono “geneticamente” atti a reggere, sia in modo difensivo e ancor di più in modo offensivo, all’attacco ormai più che trentennale scatenato da Stato e Capitale.  La loro funzione di “ammortizzatore sociale” si è conclusa quando la crisi attuale ha posto termine al “compromesso socialdemocratico” subentrato al secondo conflitto mondiale.

Vi è quindi la necessità di provare a riconnettere fra loro tutti quegli strati di classi subalterne che oggi vivono sulla propria pelle gli effetti di questo sfruttamento. Vi è quindi la necessità di riscoprire e di rimettere in marcia i migliori strumenti e metodi che le classi subalterne hanno messo in atto per il loro percorso di liberazione.  Solidarietà di classe, mutuo appoggio, auto-organizzazione, anti-statalismo, azione diretta devono tornare ad essere stelle polari affinché all’interno delle nostre metropoli, delle nostre periferie, chi vi ènato e chi vi si trova oggi a vivere proveniente da altre parti di mondo riscopra il piacere di unirsi in una lotta comune perché comune è il nemico.

La morsa repressiva che lo Stato sta imprimendo in questo ultimo anno, giustificata da scenari bellici internazionali, avrà invece sempre più come obbiettivo quello di neutralizzare ogni forma di conflitto sociale. Il senso di precarietà indotto da politiche economiche e del lavoro, sempre più funzionali agli interessi del Capitale, ha il duplice scopo di frammentare ulteriormente il fronte di classe e ingenerare una lotta individualistica di mera sopravvivenza.

A tutto questo dobbiamo opporci e per farlo, non negandoci il momento di particolare difficoltà economica, politica e di coscienza di classe presente all’interno del nostro fronte, dobbiamo ripartire dai nostri territori, dai nostri quartieri, lì dove nella realtà si vivono le contraddizioni, i conflitti, gli effetti nefasti della crisi capitalista.”

Pensiamo quindi che la giornata del 1°maggio non debba avere solo una valenza commemorativa tanto cara alla nostrana compagine politico-sindacale di natura socialdemocratica, autoritaria e statalista o occasione per sterili dimostrazioni di forza nichilista di piazza, ma altresì che abbia quella capacità conflittuale in grado di saldare e consolidare esperienze di lotta che oggi si danno all’interno della metropoli: dai luoghi di lavoro in lotta, al bisogno abitativo, ad un sapere realmente critico e non asservito, alle questioni di genere.

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