Le donne di Mosul

La battaglia di Mosul è finita. La parte ovest della città è un cumulo di macerie: tra la polvere e i calcinacci marciscono i cadaveri e i resti della vita quotidiana ai tempi del Califfato.

Francesca Mannocchi, giornalista free lance, che ha seguito la guerra, ci racconta che negli ultimi giorni, quando il primo ministro iracheno aveva già annunciato la propria vittoria. Ma ancora, nel cuore della città vecchia, infuriava l’ultima battaglia, quella senza più alcuna speranza.

In quei giorni, per la prima volta, i giornalisti sono stati tenuti lontani dalla prima linea. Un segnale inequivocabile che quello che stava succedendo non doveva essere ripreso, fotografato, raccontato, lasciato in dono agli storici di domani.
Probabilmente l’esercito di Baghdad aveva l’ordine di non fare prigionieri. E prigioniere.
Intrappolati nella città vecchia di Mosul c’erano i combattenti dell’Isis e le loro famiglie.
Anche le donne hanno imbracciato le armi e le hanno usate, altre si sono fatte esplodere in strada.
Dipinte sempre come vittime, le donne della Jihad del Califfo, sono state anche combattenti. Non tutte ovviamente. Difficile anche capire se ci fosse un confine tra costrizione e convinzione.

 

Sul numero di questa settimana dell’Espresso è uscito un articolo di Mannocchi sulle donne di Mosul, di cui vi riportiamo di seguito ampi stralci.

 

Ascolta la diretta con Francesca Mannocchi:

 

2017 07 35 iraq mannocchi

 

“Il soldato di Hasd al Shabi, la milizia sciita che ha combattuto l’Isis a Mosul accanto all’esercito iracheno, mostra il pugnale con orgoglio e parla con sarcasmo: «Io taglio le teste», dice, «e ieri ho ammazzato quattro donne. Erano le loro donne, non c’era motivo di tenerle vive».

 

Già, le donne di Mosul, le donne dell’Iraq. Sono l’altra metà di questa guerra, vittime più di tutti. Prima, sotto il Califfato, che le sottometteva e le umiliava. E anche adesso che la città è stata liberata e subiscono la vendetta dei vincitori.

 

Siamo nella parte occidentale di Mosul, praticamente tutta distrutta: non c’è un solo edificio che non sia stato toccato dai combattimenti e dai bombardamenti. L’odore di corpi in putrefazione riempie l’aria torrida di luglio. Nelle macerie i resti di armi, pallottole, di oggetti strappati alle vite quotidiane. E di corpi sepolti dai detriti. Le donne in fuga sono stremate, i loro bambini hanno i volti scavati dalla fame, sono scalzi, feriti, devono camminare per ore per raggiungere una zona sicura.

 

Un’anziana cade a terra, ha il viso rigato di sangue. «Aiutatemi!», implora di fronte ai soldati. Spiega di aver bevuto solo la sua urina negli ultimi giorni per cercare di non morire: «Ci hanno chiusi negli scantinati, donne e bambini, urlavamo e nessuno poteva aiutarci, nessuno ci è venuto in soccorso per settimane. Hanno circondato le case di fili elettrici per far saltare in aria chi provava a scappare».

 

Gli uomini, in queste ore non si vedono. I pochi che ancora cercano di uscire dalla città vengono legati, trattenuti e di loro si perdono le tracce. Difficile dire se siano nelle mani dei servizi segreti o vengano uccisi, la conta di chi manca all’appello non è ancora cominciata. Ma la vendetta si abbatte anche sulle donne. Due giorni prima della fine della guerra il generale Fadel Barwary della Golden Division, le forze speciali dell’esercito iracheno, lo ha detto chiaramente: «Per noi chiunque sia rimasto dentro Mosul finora è complice e merita la morte, uomini o donne non importa». E dal suo tablet ha mostrato le immagini di donne in battaglia, donne combattenti, donne armate di kalashnikov a fianco dei loro uomini nelle ultime ore del Califfato iracheno: «Queste donne stanno combattendo con accanto i loro figli, senza esitazione. Sono addestrate come gli uomini, determinate come loro».

 

Usama, un giovane soldato, estrae dalla tasca sinistra un cellulare. «Apparteneva a uno di Daesh», ci dice mostrando le decine di fotografie salvate nella memoria. Istantanee di vita quotidiana e familiare in quella che era la capitale dell’Isis. Il telefono apparteneva un giovane miliziano che avrà avuto poco più di vent’anni, la barba e i capelli lunghi, un bambino che lo abbraccia e lo bacia con affetto. Una donna senza velo, in casa, sorride e imbraccia le armi insieme a lui, alle loro spalle le bandiere nere.

 

Sì, ci sono le donne dell’Isis, le donne del Califfato, le spose del jihad. Ma ce ne sono migliaia di altre che con Daesh non hanno avuto nulla a che fare o che sono state costrette ad aderire per aver salva la vita, propria e dei familiari. Ora arrivano negli ospedali da campo nei loro niqab sporchi di terra: donne in fuga in mezzo ad altre donne, come i loro figli, in fuga in mezzo ad altri bambini.

 

(…)

 

La sconfitta dello Stato Islamico a Mosul mette fine solo a una battaglia, non alla guerra e rischia di riportare l’organizzazione terroristica agli albori, ad attacchi casuali e violenti, soprattutto perché le divisioni settarie sono lontane dall’essere risolte e il rischio di ritorsioni tra sunniti e sciiti è all’ordine del giorno.

 

Per questo, dopo la riconquista della città, la sfida è gestire gli interessi dei sunniti che la abitano, ricostruire la città, le infrastrutture, una parvenza di vita quotidiana per i civili traumatizzati da tre anni di violenza.

 

Riparare i danni, che solo per le infrastrutture sono stimati per oltre un miliardo di dollari, sarà l’unico modo per contrastare l’insorgenza di nuove forme di fondamentalismo perché «aver sconfitto l’Isis a Mosul, non significa aver distrutto le sue radici, le ragioni profonde che l’hanno generato», ci dice Asma, nella sua casa del quartiere Jadida, Mosul ovest. Le strade intorno casa sua sono piene di macerie, non c’è acqua, non c’è elettricità. Vive con il marito e i suoi otto figli, erano nove prima dell’arrivo in città dei pick up con le bandiere nere, simbolo dell’Isis. «Hanno ammazzato mio figlio dopo dieci giorni, impiccato. Perché era il barbiere delle polizia irachena, qui a Mosul». Asma mostra le sue foto, che tiene nascoste in un cassetto e piange, con pudore, per non farsi vedere dai figli più piccoli che hanno troppo da dimenticare: “Non c’è una donna a Mosul che non abbia perso un caro amato, un figlio, un marito ucciso da quegli assassini. Ognuna di noi piange il suo dramma in silenzio per non pesare sugli altri». Per questo racconta Asma, a volte le donne del quartiere si ritrovano in casa, insieme, per sostenersi raccontando i ricordi dei loro cari, la giovinezza perduta di figli che non potranno vedere da adulti.
«Quando la guerra è arrivata qui hanno catturato i miei figli e li hanno costretti ad aprire buchi nelle pareti per scappare senza essere visti, portando con loro tutti noi, donne, bambini, famiglie intere tenute in ostaggio. Chi provava a fuggire era impiccato ai pali della luce, cadaveri lasciati lì, per impaurire tutti gli altri.».

 

Asma oggi ha lo sguardo fiero di chi può ricominciare a vivere. All’entrata di casa sua ci sono i barili per l’acqua, si mette in fila in attesa del suo turno per riempirne uno, poi cammina lentamente verso la distribuzione alimentare, una massa di donne in nero come lei. Le donne urlano alla distribuzione alimentare, aspettano ore al sole, ai cinquanta gradi iracheni, sono decine ammassate contro la porta di un magazzino, i soldati gridano loro di fare silenzio ma la fame e la disperazione sono difficili da gestire.

 

Una di loro col volto coperto dal niqab mostra i documenti di identità di suo marito: «L’hanno arrestato i soldati dell’esercito e non me l’hanno ridato più, dicevano che era membro di Isis ma era un uomo buono. Io sono sola con quattro figli e non ho niente da mangiare», grida mentre la più piccola dei bambini si nasconde nel nero del suo vestito.

 

Il soldato chiude le porte. Gli aiuti alimentari non arrivano, dice loro di andare a casa, le loro grida restano un’eco inascoltata nelle vie distrutte della città.

 

«Ho chiesto ai miei figli di perdonare e di andare avanti, ho detto ai miei figli che supereremo questa tragedia solo lasciandocela alle spalle ma ogni giorno trovo più rabbia nei loro occhi», dice ancora Asma. Che con le immagini della guerra e dei morti ancora vivide nella memoria prova a spiegare a suo figlio Mohammad che deve perdonare i bambini come lui che sono figli dell’Isis, che non è loro la colpa dei padri.

 

Ma Mohammad scuote la testa, dice che non perdonerà, e che quei bambini saranno peggio dei padri.”

 

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