Liu Xiaobo, morte di un oppositore critico

I media mainstream hanno rinfocolato la dose di indignazione pretestuosa con la morte di Liu Xiaobo: mentre continuano a condurre in porto affari con Pechino – cercando attraverso rapporti bilaterali (come quello con Merkel di questi giorni) il modo più conveniente di aderire e sfruttare il progetto della “One belt, one road”, la nuova via della seta di Xi, ai cui bisogni è riconducibile la nuova base militare inaugurata a Gibuti l’altro ieri – usano malamente la figura del premio Nobel per tenere sotto pressione apparente il regime.

 

Ma il caso dello studioso di formazione americana travalicherebbe la ovvia stigmatizzazione di una feroce repressione che lo ha condotto alla tomba, dopo decenni di persecuzione, per la complessità della figura politica, che ha assunto posizioni ampiamente criticabili e condivisibili lungo tutto il tempo che è rimasto sulla ribalta internazionale, a partire dal rientro in patria proprio per sostenere la protesta di piazza Tienanmen e poi il lancio della Carta08, la volontà di metterci il corpo rimanendo in Cina fino a morire in galera senza abiurare la sua opposizione critica. Poco conosciuto in Cina il suo pensiero, o molto censurato per essere diffuso in modo corretto, usato e manipolato in Occidente, le luci e ombre che hanno accompagnato l’elaborazione del suo pensiero sarebbero state da ripensare confontandosi con lui schiettamente, invece se n’è fatta un’icona in seguito alla censura e persecuzione che il regime applica sistematicametne a ogni potenziale pensiero giudicato difforme, e adesso non è più possibile farlo; proprio per questo abbiamo chiesto a Simone Pieranni di fornirci qualche elemento per inquadrare meglio Liu Xiaobo, morto ieri piantonato in ospedale:

 

Pieranni

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