Turchia. Due milioni di no a Erdogan

Domenica 10 luglio. Due milioni di persone partecipano alla manifestazione conclusiva della marcia per la giustizia. Un segnale forte e chiaro che nonostante le decine di migliaia di arresti ed epurazioni, nonostante le torture e le violenze, nonostante la trasformazione del paese in una dittatura democratica, guidata a vita da Erdogan, il paese non è ancora piegato né pacificato a forza.

Anzi! L’uomo forte di Ankara non è riuscito a far calare il velo del terrore sull’opposizione, mentre continua la guerra civile nelle regioni curdofone del paese e la guerra di invasione nel cantone di Efrin, in Rojava.
La manifestazione di domenica scorsa è stata la più importante dopo la rivolta di Ghezi Park.

 

La “Marcia per la giustizia” è durata 24 giorni.

Il 14 giugno un affollato corteo è partito dalla capitale della Turchia, Ankara, per arrivare fino alla capitale industriale del paese, Istanbul. Il giorno dopo l’arresto del parlamentare Enis Berberoglu, del CHP, il segretario generale del kemalista Partito Popolare della Repubblica, ha comunicato in diretta televisiva che avrebbe dato vita alla marcia.

 

Centinaia e migliaia di persone hanno camminato, giorno e notte, sotto la pioggia e sotto il sole cocente a 45 gradi. Sono partiti ogni giorno quasi all’alba e si sono fermati nel pomeriggio. Hanno camminato in tutto per 420 chilometri, facendo circa 600.000 passi, con una media di partecipazione oltre le 50.000 persone.

Ogni sera si dormiva insieme, nelle tende, in macchina, nelle abitazioni dei volontari o degli abitanti locali che sostenevano la marcia.
Il corteo, superando il record della “marcia per il sale” di Ghandi, è arrivato l’8 luglio a Istanbul. Secondo gli osservatori erano presenti più di 215.000 persone.

Ovviamente non sono mancate le azioni di protesta, provocazione e sabotaggio da parte di sostenitori del governo e dello stesso Presidente della Repubblica e del Primo Ministro, che non hanno esitato a criminalizzare il corteo offendendo, umiliando, insultando, emarginando e minacciando i partecipanti.

Negli ultimi giorni la polizia ha annunciato di aver arrestato tre esponenti dell’Isis pronti a compiere un attentato contro i marciatori. Chiara l’intenzione di spaventare i partecipanti per indebolire la marcia. Un’operazione miseramente fallita.

Il corteo è cresciuto di giorno in giorno, coinvolgendo disoccupati, diversi partiti politici, operai precari, avvocati, donne vittime di violenza, giornalisti, accademici, parenti dei detenuti politici, associazioni non governative e collettivi degli studenti.

Si sono uniti anche esponenti del Partito democratico dei popoli, il partito filocurdo, che ha numerosi deputati, sindaci e attivisti in carcere.
A poco meno di un anno dal fallito colpo di stato militare, attribuito alla rete di Fetullah Gulen, dopo le leggi di emergenza e il referendum che ha consegnato il paese nelle mani dell’uomo forte che sogna di farsi Sultano, la marcia e la manifestazione oceanica sono il segno che la politica della paura non è riuscita a piegare l’opposizione politica e sociale nel paese.

 

Ascolta la diretta con Murat Cinar, giornalista e mediattivista di origine turca:

 

2017 07 07 murat marcia giustizia

Potrebbe anche interessarti...