Razzia e razzismo dietro la persecuzione dei Rohingya: land grabbing in Myanmar

Le ultime settimane sono state caratterizzate da un’escalation di violenza contro la popolazione rohingya nel Rakhine, lo stato più povero del Myanmar.  La repressione da parte dei militari contro la minoranza musulmana ha prodotto centinaia di morti e messo in fuga verso il Bangladesh centinaia di migliaia di persone, spesso bloccate in terre di nessuno lungo la frontiera.  La repressione è fomentata dalla maggioranza buddhista del Rakhine, che da secoli convive con la minoranza musulmana considerandola un’intrusa. Le differenze religiose ed etniche sono pertanto state ampiamente considerate la causa principale della persecuzione. Ma ci sono altri fattori in gioco, soprattutto perché il Myanmar è popolato da 135 gruppi etnici riconosciuti ufficialmente (la popolazione Rohingya è stata rimossa da questa lista nel 1982). Si tratta di interessi politici ed economici.

 

Nel 2011 il Myanmar ha infatti istituito riforme economiche e politiche che lo hanno portato ad essere definito “l’ultima frontiera dell’Asia”, in riferimento alla sua apertura rispetto agli investimenti stranieri. Subito dopo si è intensificata la repressione contro la popolazione Rohingya, mentre il governo promulgava diverse leggi relative alla gestione ed alla distribuzione di terreni agricoli. Queste politiche hanno di fatto permesso alle grandi aziende di trarre profitto dal land grabbing. In particolare, nel Rakhine si giocano interessi cinesi ed indiani legati alla costruzione di infrastrutture e condotte, attraverso progetti che promettono di garantire occupazione, tasse di transito, ricavi legati a petrolio e gas per tutto il Myanmar.

 

Per analizzare la complessità dei fattori storici e contemporanei alla base dell’attuale persecuzione dei Rohingya, questa mattina abbiamo raggiunto ai microfoni Emanuele Giordana, profondo conoscitore del contesto birmano.

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