Il paradosso del rapporto Ocse sulla precarietà

Negli ultimi giorni sono stati formulati due rapporti che ci parlano di precarietà. Da una parte quello dell’Ocse «Preventing Ageing Unequality» che propone alcune soluzioni al prossimo governo per diminuire le diseguaglianze di reddito tra lavoratori giovani e anziani e quelle di genere tra uomini e donne cresciute a dismisura in Italia. Questo attraverso alcune mosse chiave: allungare ancora l’età pensionabile, tagliare in modo sostanziale la spesa pubblica, potenziare il sistema dell’alternanza scuola-lavoro e quello delle «politiche attive del lavoro»: se il disoccupato non accetta un lavoro qualsiasi, perde il magro sussidio. Un cortocircuito perfetto. Alcune delle cause che hanno prodotto le diseguaglianze sono proposte come i rimedi alle stesse. Un paradosso dell’economia capitalistica che continua a promuovere precarietà e ad evidenziare le falle del sistema.

Dall’altra parte, c’è un altro rapporto che ci parla dell’eredità che ci sta lasciando il famigerato Jobs Act: il rapporto 2017 “Italiani nel mondo”, presentato dalla Fondazione Migrantes dove preponderanti sembrano essere le condizioni socio-economiche insostenibili nel paese del Jobs Act, una repubblica costruita sul lavoro informale e in nero dove l’85% delle nuove assunzioni è a breve e brevissimo termine (i dati sono dell’Inps). Le quarantanove mila persone che hanno lasciato l’Italia nell’ultimo anno (il 39% su 124.076 da gennaio a dicembre 2016) hanno un’età compresa tra i 18 e i 34 anni, un quarto ha tra i 35 e i 49 anni. In un solo anno gli «expat» in queste fasce d’età sono aumentati, rispettivamente, di oltre 9 mila e 3.500 unità.

Ne abbiamo parlato con Roberto Ciccarelli, giornalista de Il Manifesto

Ciccarelli_precarietà

 

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