L’Iraq e la Siria nel grande gioco mediorientale

Le dimissioni del padre e padrone del Kurdistan iracheno, Massud Barzani, sono il segno del fallimento di un progetto indipendentista naufragato con il referendum che Barzani ha voluto celebrare contro tutto e contro tutti.

Il governo di Baghdad non voleva permettere che i giacimenti petroliferi di Kirkuk cadessero nelle mani dei curdi ed ha occupato senza troppi problemi la città abbandonata dei miliziani del clan Talabani, l’anziano leader curdo irecheno, morto lo scorso 3 ottobre e dagli stessi peshmerga di Barzani.

Va da se che lo scacchiere è molto più complesso e si intreccia strettamente con quello della vicina Siria.

 

L’imminente definitiva sconfitta dello Stato islamico, ormai in rotta dopo la conquista di Raqqa da parte delle milizie della Confederazione della Siria del Nord alleate con gli Stati Uniti, chiude una stagione ma certo non prelude ad un nuovo equilibrio nella regione.

 

Lo scompaginamento prodotto dall’attacco statunitense all’Iraq del 2003 sono sotto gli occhi di tutti, così come il fallimento della politica americana nell’area.

 

Il successivo tentativo di far cadere il regime siriano, spezzando l’asse sciita tra Iran, Iraq, Hezbollah libanesi è clamorosamente fallito. Hassad mantiene il potere, pur nel quadro di una Siria che in parte sfugge al suo controllo e la Russia sua alleata ha rinforzato le proprie posizioni nell’area.

La Turchia, grande potenza regionale, con esplicite ambizioni neo-ottomane, pur facendo parte della NATO, è stata a lungo il retrovia dell’Isis in Siria, ed oggi, con abile giravolta bizantina, sta costruendo un asse con Hassad in funzione anticurda. L’intervento militare turco in Rojava ha di fatto isolato la provincia curda di Afrin, mettendo uno stop al progetto di continuità territoriale nella regione, dove si sta sperimentando il confederalismo democratico.

Un progetto che rischia di soccombere se, al di là del paternage statunitense, non viene stretto un accordo con Hassad per la balcanizzazione dell’area.

 

Tutto questo senza fare i conti con le grandi masse sunnite, che in Siria come in Iraq, si sono giocate la possibilità di mettere le mani sulle leve del potere, oggi ancora saldamente in mano all’asse sciita.

La fine dello Stato islamico non rappresenta anche la fine delle tensioni e delle aspettative di chi, specie in Iraq, aveva sperato che il Califfo Abu Bakr al Baghdadi rappresentasse la possibilità di riconquistare le posizioni perse con la caduta di Saddam Hussein, il cui Baath, formalmente laico, era comunque ben radicato tra i sunniti.

 

Ne abbiamo parlato con Alberto Negri, corrispondente dal Medioriente per il Sole 24 Ore.

 

Ascolta la diretta:

 

2017 10 31 alberto negri iraq

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