Sui campi di Stato e la Zes di Gioia Tauro

Partendo dallo sgombero del Gran Ghetto, avvenuto diversi mesi fa nel foggiano che ha portato alla morte di due migranti bruciati nell’incendio delle baracche durante le operazioni di distruzione dell’ insediamento fino ad arrivare allo smantellamento della baraccopoli di San Ferdinando nella piana di Gioia Tauro, abbiamo provato ad analizzare la nascita e la gestione dei nuovi campi di Stato. A baraccopoli autocostruite e autogestite da chi negli anni si è trovato a stanziarsi intorno ai campi di raccolta di pomodori e agrumi prima in maniera stagionale poi sempre più stanziale, lo Stato prova a sostituire tendopoli ipercontrollate e gestite dall’alto mettendo a sistema il modello campo per meglio rispondere alla necessità di manodopera stagionale e sfruttatata del territorio. Oltre a questo modo di selezione, gestione e controllo della manodopera per lo più migrante si aggiunge il fatto che la Piana di Gioia Tauro è stata individuata come uno dei primi territori che dovrebbe diventare, secondo il Piano per il Mezzogiorno, una Zona Economica Speciale nella quale vigerà una legislazione particolare che attrarrà investimenti di capitale grazie a sgravi fiscali e agevolazioni burocratiche per le imprese.

Anche se è prematuro delineare meglio i contorni di questa connessione, sarà probabilmente il comparto del lavoro agricolo a tendere un filo rosso tra la nascente Zes e il destino in termini di evoluzione e perfezionamento dei campi di Stato e di chi suo malgrado vi ci si affollerà dentro.

Le operazioni di sgombero del ghetto di San Ferdinando si sono scontrate contro una dura resistenza di chi viveva nel campo. Nonostante la baraccopoli non sia di certo un’adeguata soluzione abitativa e quelle condizioni di vita non possano essere considerate accettabili, è forte il rifiuto al trasferimento forzato in tende a cui si accede tramite badge, le cui recinzioni sono sorvegliate costantemente da pattuglie della polizia e dove l’autonomia dell’individuo nella gestione persino di un semplice pasto viene negata. Senza dimenticare che all’interno di questi nuovi campi di Stato potranno starci solo coloro che avranno le carte in regola per lavorare espellendo di fatto tutti coloro che sopravvivevano attraverso il ghetto e la sua microeconomia.

Da diversi mesi le lotte nella Piana di Gioia Tauro si affassellano e si incrociano; si lotta per una casa, sul posto di lavoro, contro le continue retate e sopratutto si lotta per i documenti, rivendicazione primaria per poter uscire dal ricatto di lavori massacranti e sottopagati e da condizioni di sopravvivenza misere.

Ne abbiamo parlato con Giulia.

 

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zes di Gioia Tauro

 

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