In Eritrea qualcosa si muove dopo 25 anni di dittatura e disperata emigrazione

Un quarto di secolo di angherie, violenze, uccisioni, vessazioni; un popolo soffocato da un regime che il nostro interlocutore ha efficacemente descritto come un’amalgama di fascismo (rimasto come retaggio dell’occupazione coloniale italiana) e stalinismo (per le prassi di sparizione e di annullamento della persona); un potere che pretende di occupare ogni ganglio della nazione e qualunque impresa o luogo di aggregazione o istruzione. Proprio quest’ultima prassi ha portato al nuovo scoppio di ribellione, e stavolta non sembra che le proteste possano rientrare molto presto. Alcune fonti di informazione eritree, dopo tre giorni dall’eccidio di 28 persone a seguito di un intervento poliziesco all’interno di una scuola confessionale che sarebbe stato perpetrato secondo agenzie etiopi, hanno negato e diffidato dal divulgare che sia avvenuto alcunché (in Italia dalle colonne di un sito filorusso), ma testimonianze anche video che sono riuscite a passare attraverso le maglie strettissime della censura (che si è richiusa come una morsa subito dopo il passaggio di pochi video) e il twitt dell’ambasciata statunitense che invita a non uscire e riporta l’eco di colpi di mitra non lasciano dubbi che, se non sono stati 28 morti, sicuramente qualche episodio di insorgenza contro il regime è avvenuto e sta avvenendo.

«La gente non ne può più. Quasi trent’anni fa, quando è finita la guerra di liberazione con l’Etiopia tutti si aspettavano prosperità, pace e crescita. Nessuno pensava che un combattente per la libertà come Isaias Afeworki, si trasformasse in un sanguinario tiranno, che ha tradito i suoi amici sbattendoli in galera. Di loro si è persa ogni traccia dal settembre 2001. Nessuno pensava di dover scappare in massa verso l’Europa su barconi dove morire è di una facilità impressionante», così scrive Massimo Alberizzi che abbiamo raggiunto, mentre sta seguendo a Nairobi gli sviluppi del difficile passaggio postelettorale che ha visto sicuri brogli alle elezioni che opponevano Odinga a Kenyatta fino al ritiro del primo, una volta raggiunta la consapevolezza di non poter contare sull’assenza di brogli, come riportavamo un paio di settimane fa.

Così abbiamo potuto parlare con il direttore di “Africa-Express” riguardo a entrambi i paesi alle prese con differenti livelli di dittatura proprio nel giorno in cui sul suo giornale pubblicava un lucido e appassionato articolo su questa controversa rivolta dell’Asmara.

 

Eritrea e Kenya: territori esplosivi

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