Dopo un anno di rivolta il Rif non è sedato

A un anno dall’inizio della rivolta del Rif, territorio del Maghreb marocchino abitato in parte da amazigh, la popolazione berbera con un’identità che si differenzia dal mondo arabo. L’insurrezione è sorta il 28 ottobre 2016 a seguito della fine atroce di un pescatore vessato dalle forze di polizia di Mohammed VI e triturato in un camion della spazzatura, perché cercava di recuperare la sua mercanzia gettata nel pattume.

Su quel pretesto feroce si è innestato il malcontento che ha portato ad animare manifestazioni e ribellioni, arresti, processi rimandati e tentativi di visibilità anche fuori dall’Africa settentrionale; proprio l’attenzione mediatica sul movimento si è un po’ spenta e ha fatto scrivere ad alcuni mezzi di informazione che il Rif era rientrato nei ranghi, ma in realtà proprio in questi giorni le piazze si sono di nuovo riempite, mentre i detenuti politici hanno iniziato uno sciopero della fame per le condizioni disumane di detenzione e per i maltrattamenti a cui sono sottoposti; la difficoltà è diffondere nel resto del paese la rivolta, soprattutto dovendo fronteggiare una propaganda di regime che descrive i territori del Rif come privilegiati che vogliono avere ulteriori privilegi rispetto al resto del Marocco. Eppure, nonostante la forte censura del regime, le notizie trapelano, soprattutto grazie a giornalisti occidentali, poiché a loro può essere interdetta in misura minore la libertà di movimento e di raccogliere notizie e mobilitare l’opinione pubblica internazionale per spingere a un cambiamento. Esiste una petizione che il movimento internazionale di sostegno alla lotta di Al Hoceima invita a sottoscrivere.

Perciò abbiamo cercato di riprendere il discorso che avevamo cominciato qualche tempo fa con Fadwa per fare il punto sulla situazione:

Un anno di rivolta nel Rif

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