
I portuali si fermano contro la guerra in tutto il mondo
lunedì 2 novembre 2026
113 porti, 22 paesi, 52 mila container bloccati, per un totale di 2,8 miliardi di dollari. Sono questi i numeri dello sciopero internazionale dei portuali di venerdì 30 ottobre.
I portuali hanno incrociato le braccia in tutto il mondo per la seconda Giornata internazionale di mobilitazione contro il traffico di armi, lanciata con lo slogan «I portuali non lavorano per la guerra».
Le mobilitazioni più significative si sono concentrate nell’area del Mediterraneo: la CGT ha proclamato lo sciopero in 24 porti francesi, mentre in Grecia hanno aderito 10 porti e in Turchia 3. I primi a mobilitarsi sono stati i portuali di Melbourne, che hanno dichiarato: «Il nostro Paese produce esplosivi destinati a Israele, dove vengono fabbricate bombe che uccidono famiglie innocenti a Gaza. Il crimine è nei container, non nei portuali. Non saremo complici». A seguire, le mobilitazioni hanno coinvolto l’India, l’Europa e infine il continente americano, con iniziative negli Stati Uniti, in Messico, in Brasile e in Uruguay.
Alla prima edizione, lo scorso 6 febbraio, avevano aderito 21 porti, circoscritti all’area del Mediterraneo. La mobilitazione di venerdì è stata un risultato frutto di un percorso di coordinamento avviato lo scorso maggio con la Dichiarazione di Istanbul, sottoscritta da sei sindacati — USB in Italia, CGT in Francia, Enedep in Grecia, LAB nei Paesi Baschi, Liman-İş in Turchia e ODT in Marocco — e confluito nella rete Ports in Action.
Per ricostruire la giornata internazionale di sciopero dei portuali di venerdì 30 e capire come si sono costruite queste alleanze, ne abbiamo parlato con Francesco Staccioli, delegato dell’esecutivo nazionale di USB.









