Ferguson. La rivolta dilaga negli States

La decisione del Gran Jury di non incriminare il poliziotto che ferì un ragazzo accusato di un furto di sigari, lo inseguì e lo freddò con 10 colpi, nonostante fosse disarmato, sta incendiando gli Stati Uniti. Da due giorni la cittadina nei pressi di Sant Luis è in fiamme. Fiamme che sono dilagate in tutto il paese. La protesta, diversamente da altre occasioni, non ha investito solo i sobborghi dei neri, ma è straripata arrivando a bloccare i ponti di New York.
A quarant’anni dalle lotte contro la segregazione razziale, a sei anni dall’elezione del primo presidente afroamericano degli Stati Uniti, la condizione della maggioranza dei neri esprime una cesura di classe, che l’esistenza di una “borghesia nera” conferma con la sua stessa esistenza.
I neri (e gli ispanici) sono la maggioranza della popolazione carceraria.

Ne abbiamo parlato con Guido Caldiron, autore sul Manifesto di oggi di un articolo che riportiamo sotto.

Ascolta la diretta:

caldiron_usa

«Fer­gu­son o Iraq?». Dopo che il 9 ago­sto il 18enne afroa­me­ri­cano Michael Brown era caduto sotto i colpi di un agente di poli­zia bianco a Fer­gu­son, il sito scoz­zese Masha­ble, 4 milioni di con­tatti su Twit­ter quest’anno, aveva acco­stato una serie di foto­gra­fie che erano state scat­tate nella cit­ta­dina del Mis­souri nelle ore suc­ces­sive alla morte del ragazzo, con quelle arri­vate negli ultimi anni da Bagh­dad. Dif­fi­cile cogliere la dif­fe­renza, se non per­ché nel primo caso ad essere con­trol­lati e iden­ti­fi­cati in mezzo alla strada erano quasi esclu­si­va­mente dei neri. Simili le divise mime­ti­che, gli elmetti uti­liz­zati dai reparti spe­ciali delle forze dell’ordine o della Guar­dia nazio­nale, i fucili d’assalto imbrac­ciati dagli agenti, i blin­dati su cui erano state mon­tate delle pic­cole mitra­glia­trici che pat­tu­glia­vano la zona. Nes­suno avrebbe potuto dire con cer­tezza che que­sta ban­lieue di Saint Louis si tro­vasse non lon­tano dalla linea Mason-Dixon, piut­to­sto che in Medioriente.

Ora che un Grand Jury com­po­sto pre­va­len­te­mente da giu­dici bian­chi ha deru­bri­cato a «legit­tima difesa» l’omicidio di Brown, sta­bi­lendo che l’agente, bianco, Dar­ren Wil­son non debba essere pro­ces­sato per l’accaduto, quel dram­ma­tico para­gone con le guerre che gli Stati Uniti com­bat­tono in giro per il mondo, torna ad echeg­giare nel dibat­tito pub­blico del paese. Per­ché, insieme al per­du­rare dei pre­giu­dizi raz­ziali e della segre­ga­zione sociale degli afroa­me­ri­cani, ciò che ha reso pos­si­bile la tra­ge­dia di Fer­gu­son, è la moda­lità stessa in cui viene gestito “l’ordine pub­blico” in America.

Ini­ziata già alla fine degli anni Ses­santa, a seguito delle rivolte urbane che scos­sero il paese, la pro­gres­siva mili­ta­riz­za­zione dei corpi di poli­zia locali è diven­tata una delle carat­te­ri­sti­che della realtà sociale ame­ri­cana. Prima la «war on drugs» lan­ciata già negli anni Ottanta e quindi l’ulteriore esca­la­tion mili­ta­ri­sta seguita ai riot di Los Ange­les del 1992, hanno reso molti uffici degli sce­riffi di con­tea del tutto simili a pic­cole guar­ni­gioni delle forze armate. Come evi­den­ziato, tra gli altri, da uno stu­dio rea­liz­zato dalla Scuola di studi sulla poli­zia dell’università del Ken­tucky Orien­tale, cen­ti­naia di dipar­ti­menti delle forze dell’ordine si sono dotati nel corso degli ultimi decenni di veri e pro­pri corpi para­mi­li­tari, in grado di sce­gliere quali armi e quale tipo di adde­stra­mento far seguire ai pro­pri agenti che si sono così spesso tra­sfor­mati, come sot­to­li­neato dalla rivi­sta Covert Action, in «una sorta di com­bat­tenti ninja».

Non solo, l’industria degli arma­menti ha pun­tato molto su que­sto tipo di ten­denza, rici­clando per così dire sul mer­cato interno, armi e mezzi non più uti­liz­za­bili sui tea­tri di guerra inter­na­zio­nali. Recen­te­mente il New York Times ha rive­lato che solo dal 2006 ad oggi qual­cosa come 432 vei­coli blin­dati, 533 aerei ed eli­cot­teri, oltre a 90mila armi auto­ma­ti­che sono pas­sati diret­ta­mente dalle mani dei mili­tari a quelle dei poliziotti.

In que­sto clima, sono il sospetto e la paura reci­proca che regnano spesso per la strade dei ghetti neri o dei quar­tieri dell’immigrazione, con le tra­gi­che con­clu­sioni che sono sotto gli occhi di tutti. Per Joseph McNa­mara, ricer­ca­tore della Stan­ford Uni­ver­sity, «quando nella tua zona gira della gente in divisa mili­tare, con armi e vei­coli mili­tari, è più facile cre­dere che si tratti di un eser­cito di occu­pa­zione che della poli­zia locale».

Potrebbe anche interessarti...