Le mani sulla “Città possibile”

La scorsa settimana la procura di Torino ha avviato un’inchiesta sullo sgombero di una delle più grande baraccopoli d’Europa, che si trovava in Lungo Stura Lazio e dove per molti anni hanno vissuto centinaia di persone. Uno sgombero mascherato da “virtuoso” progetto di “superamento dei campi rom”. Ancora una volta il progetto “La città possibile” fa parlare di sè, dopo che per due anni (2013-2015) ha fatto entrare quasi tre milioni di euro nelle tasche dell’unico consorzio di associazioni e cooperative che avevano partecipato e vinto l’appalto. Un progetto immaginato e voluto prima di tutto dal Comune di Torino in accordo con la Prefettura e finanziato con i soldi che nel 2008 il Ministero dell’Interno, guidato da Maroni, aveva stanziato per la cd. “emergenza nomadi” a stampo razziale, considerata poi illegittima dal Consiglio di Stato.

Dalle prime battute di questa inchiesta il Comune sembrerebbe essere parte lesa, benchè in realtà abbia enormi responsabilità nei confronti dell’intera operazione, tramite cui individui e famiglie che da anni vivevano in baracche senza acqua, luce, tanto meno la residenza, sono stati sgomberati senza che venisse loro garantita una sistemazione dignitosa e sostenibile nel tempo. Sotto accusa ci sarebbero per ora unicamente le organizzazioni della cordata, le quali non avrebbero rispettato gli impegni presi al momento dell’assegnazione del bando, inserendo le persone in percorsi abitativi diversi da quelli che avevano dichiarato al momento della formulazione di progetto e ricorrendo, per esempio, all’affitto di immobili privi di requisiti minimi di abitabilità. Il caso più eclatante riguarda un immobile di proprietà del ben noto ras delle soffitte di Torino, Giorgio Molino.

Abbiamo parlato di questa inchiesta e di molti altri aspetti legati allo sgombero forzato della baraccopoli  con Gianluca Vitale, avvocato che da tempo si occupa degli abitanti dei cosiddetti “campi rom” di Torino. Ascolta il contributo:

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