Rojava tra guerra e rivoluzione

In Siria si sta combattendo una guerra di proporzioni globali, dove le alleanze e le narrazioni degli eventi sono a declinazione variabile.
All’interno di questo scacchiere ci sono i cantoni del Rojava, dove nel 2012, profittando della vacanza dei poteri centrali, è stato proclamato l’autogoverno. Tra l’autunno del 2014 e l’inverno del 2015 la lunga e vittoriosa resistenza dei miliziani e delle miliziane del Rojava contro lo Stato Islamico ha forato il muro che avvolge i media main stream.

Le milizie del Rojava controllano buona parte del confine tra la Siria e la Turchia, chiudendo di fatto il passaggio alle truppe dell’Isis, appoggiate per anni dal governo turco, che aveva garantito loro il passaggio di armi, volontari e approvvigionamenti.

Il Rojava, esperienza anomala nello scontro di potenza, che ha trasformato la Siria in un cumulo di macerie, si trova in posizione nevralgica, nello scontro durissimo tra le aree di influenza shiite e quelle sunnite, tra Russia e Stati Uniti, tra il califfo di Raqqa e quello di Ankara, in un’area nevralgica per la produzione petrolifera e per la definizione del prezzo dell’oro nero.

Da luglio il governo turco ha rotto gli indugi proclamando il coprifuoco in numerose città a quartieri del Bakur, la regione a sud-est della Turchia, abitata in prevalenza da popolazioni di lingua curda.

Da dicembre l’esercito turco attacca con artiglieria pesante e cannoni le città del Bakur, dove, in risposta alla repressione e agli arresti di massa, è stato proclamata l’autonomia.

La gente resiste agli attacchi, nonostante l’enorme divario di forze. In questi giorni nel fragoroso silenzio dei media italiani, il governo turco sta massacrando la popolazione di Cezir e Sur, da 70 giorni sotto assedio. Hanno abbattuto le case con l’artiglieria e bruciato gli abitanti, hanno lasciato morire dissanguati i feriti, impedendo alle ambulanze di avvicinarsi. Hanno ammazzato centinaia di persone che si erano rifugiate nelle cantine.
Sui social media hanno pubblicato le foto di donne curde denudate, torturate orrendamente e infine uccise.
Le
città e i paesi del Bakur sotto attacco rappresentano un’esperienza di autogoverno che non vuole farsi Stato, perché aspira ad un mondo senza frontiere.
Un affronto che Erdogan non può tollerare. Un affronto che nessun governo, nessuno Stato può tollerare.

Certa sinistra avvezza a considerare il nazionalismo uno strumento di emancipazione, fa fatica a comprendere l’importanza dell’esperienza del Rojava, dove i curdi, pur in maggioranza, lavorano fianco a fianco con i turcomanni, gli assiri, gli armeni, e le minoranze religiose cristiana e yezida.

I vari cantoni del Rojava difendono la propria autonomia ma non possono fare a meno di stringere alleanze con chi nell’area ha lo stesso nemico. E’ una questione di sopravvivenza che spesso alle nostre latitudini è mal compresa.

Ne abbiamo parlato con Daniele, buon conoscitore delle esperienze di autogoverno in Rojava e in Bakur, autore, negli anni di opuscoli di approfondimento.

Ascolta la diretta:

2016-02-16-daniele-autogoverno

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