Da Ni Una Menos a Lotto Marzo: sguardi critici


In un’interessante intervista sullo sciopero delle donne in Argentina, Verónica Gago del collettivo Situaciones sottolinea: “Credo che in questo momento ci sia qualcosa nel movimento delle donne che sta andando oltre le rivendicazioni puramente identitarie. In un certo senso si tratta di quello che Angela Davis ha chiamato intersezionalità, una parola che risuona molto oggi in America Latina e che per me è più interessante delle rivendicazioni di tipo identitario e della forma in cui queste rivendicazioni hanno espresso domande che poi si sono tradotte in leggi che certamente sono significative, però mi sembra che oggi il movimento vada oltre un’agenda di richieste in chiave identitaria. E non si esaurisce in una serie di richieste puntuali alle istituzioni. (…) Mi sembra che il 19 ottobre e oggi l’idea di sciopero posta dal movimento delle donne ci obbliga a una ridefinizione e soprattutto a un ampliamento dell’idea di sciopero perché si includano esplicitamente le donne dell’economia informale, dell’economia popolare, oltre a fare riferimento alla politicizzazione del lavoro domestico, riproduttivo, di cura. Si assume una mappatura del lavoro che almeno in America Latina ‒ dove la discussione sull’economia popolare è abbastanza importante ‒ si caratterizza per una forte eterogeneità. L’ampliamento dell’idea di sciopero credo interpelli questi settori del lavoro, ovvero è necessario chiedersi come uno sciopero possa contenere al suo interno realtà del lavoro così eterogenee. Per esempio, ci diceva una donna cartonera: «se io non lavoro un giorno non mangio, perché il mio sostentamento è garantito dal lavoro di tutti i giorni». Come è possibile pensare che quest’aspetto non sia una debolezza di questo settore ‒ che visto da questa prospettiva non riuscirebbe a prendere parte allo sciopero ‒ ma piuttosto una specie di sfida alla stessa idea di sciopero, che deve essere capace di contenere questo tipo di realtà? (…) Inoltre la questione del lavoro migrante è fondamentale in questa mappatura del lavoro in chiave femminista, di questi lavori permanentemente invisibilizzati, oltre che femminilizzati. Tutto questo è molto presente. (…) La questione migrante parla un linguaggio che connette lo spazio regionale latinoamericano e per questo esce dalle dinamiche nazionaliste cui, tradizionalmente, fanno riferimento molte organizzazioni sociali.”

 

Un contesto che appare differente da quello de Lotto Marzo. Non nel senso di un vacuo parallelismo tra territori ovviamente distanti, ma nei termini di una analisi situata rispetto alle specifitá socio-economiche locali. Nella costruzione dello sciopero in Italia, in che modo sono state tematizzate le diverse posizionalità dei soggetti all’interno del mondo produttivo e riproduttivo, in termini di classe? Quali articolazioni si sono costruite rispetto alla condizione del lavoro migrante? Quali analisi interne alle differenti realtà sociali rispetto alla pratica dello sciopero nell’attuale strutturazione del mondo del lavoro? Quale rapporto rispetto alle istituzioni e alle organizzazioni sindacali?

 

Come ha sottolineato criticamente Elisabetta Teghil in uno scritto su Lotto Marzo: “ci si dimentica volutamente di cosa sia lo Stato (…) e si enfatizza il rapporto con le Istituzioni come portatore di possibilità di miglioramento e modificazione di questa società. (…) Hanno ridotto il femminismo ad una dimensione femminile perché l’hanno chiuso in rivendicazioni corporative e lo hanno regalato al capitale perché del capitale ne hanno fatto un fiore all’occhiello contrabbandando il principio che lo Stato sarebbe attento alla richieste, alle problematiche, alle istanze delle donne, basta solo fargliele presenti e collaborare alla costruzione di una società migliore e migliorata. D’altra parte è una delle caratteristiche proprie del neoliberismo quella di appropriarsi delle istanze delle diversità sessuali, delle donne, dei/delle migranti,delle minoranze oppresse, di appropriarsi dei diritti civili, per instaurare un controllo violentissimo sul fronte interno e per portare le guerre neocoloniali sul fronte esterno. E tutto questo con il supporto di una pletora di associazioni e di ong che non sono altro che il contraltare della pletora di associazioni contro la violenza sulle donne che chiedono finanziamenti e propongono progetti. E, ultima chicca, non poteva mancare l’appello alla triplice sindacale che lungi dal venire riconosciuta come responsabile diretta della realizzazione del neoliberismo nel nostro paese, viene considerata un interlocutore fattivo. Nonostante l’oppressione di genere sia trasversale, non è più possibile chiamare tutte le donne insieme a lottare contro l’oppressione patriarcale senza rendere esplicito e apertamente manifesto l’abisso che ormai divide le donne che lavorano fattivamente e attivamente per portare avanti i principi capitalisti/neoliberisti e le donne che li subiscono. (…) Eppure un contributo concreto e molto importante, e di ben altro tipo, in questo momento storico, la lotta femminista potrebbe portarlo. La femminilizzazione del lavoro investe ormai la società tutta. Femminilizzazione intesa non come lavoro delle donne nella società, ma come trasferimento delle impostazioni che riguardano il lavoro di cura e riproduttivo, che è portato avanti dalle donne, a tutto il mondo del lavoro.”

 

Nell’ottica di aprire un confronto sulle pratiche che dal 26 novembre all’8 marzo hanno caratterizzato la “traduzione” del movimento Ni Una Menos nel contesto italiano, questa mattina abbiamo dato spazio agli sguardi differenti di Liliana Ellena e Nicoletta Poidimani.

Ascolta la diretta:

NicolettaeLiliana

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