Caso Regeni, tra capri espiatori e verità affossate

Negli ultimi giorni la vicenda di Giulio Regeni è tornata a occupare le cronache nostrane. Il pretesto lo ha dato la domanda di rogatoria internazionale che la procura di Roma ha emesso per poter interrogare la professoressa di Giulio all’Università di Cambridge, Maha Mahfouz Abdel Rahman, riportando così in auge nel dibattito italiano un’ipotesi tirata in ballo a più riprese in seguito alla morte di Giulio: quella di una responsabilità dell’Università di Cambridge in quanto accaduto al ricercatore italiano ucciso.

 

Riportata dai principali quotidiani con toni da scoop, la presunta notizia non è altro che fumo negli occhi, poiché le reali responsabilità nella morte di Giulio sono note a tutti da tempo e vanno ricercate negli apparati di sicurezza del regime di al-Sisi, responsabili di ripetute sparizioni, arresti, torture e violazioni dei diritti umani. Ma i lucrosi accordi economici dell’Italia con l’Egitto, assieme agli interessi strategici nel Mediterraneo e in Libia, hanno fatto in fretta a soppiantare la ricerca dei responsabili a favore di verità di comodo e capri espiatori. L’insistenza che oggi viene dedicata alla figura della supervisor di Regeni rientra a pieno titolo in questa strategia, e certo non dispiace al regime di Al-Sisi sulla sponda opposta del Mediterraneo, felice di poter depennare la vicenda dalle propria responsabilità.

 

Ma c’è dell’altro. Il dibattito che si è imposto sui media italiani – secondo cui la Abdelrahman avrebbe “mandato a morire” Giulio – costituisce anche un attacco alla libertà di ricerca, con l’invito implicito a non replicare quanto Regeni stava facendo in Egitto: studiare il potere, incalzarlo, attaccarlo.

 

Ne abbiamo parlato con Marina Calculli, che insegna all’Università di Leiden, dove si occupa di Medio Oriente:

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