“Torino è partigiana. Askatasuna vuol dire libertà”. Un racconto della giornata di sabato 31 gennaio

lunedì 2 febbraio 2026

La giornata di sabato 31 gennaio ha visto scendere in piazza oltre 60mila persone, in un corteo nato dalla chiamata seguita allo sgombero dell’Askatasuna del 18 dicembre, ma capace di allargarsi a una critica complessiva al governo. Al centro della mobilitazione l’opposizione alle politiche di guerra e di riarmo, la denuncia della collaborazione e del servilismo verso il genocidio in Palestina da parte del governo sionista, così come il rifiuto dei processi di militarizzazione della società, dalle nostre città alle scuole e alle università, e la difesa degli spazi sociali. Un corteo attraversato da una partecipazione ampia ed eterogenea, capace di tenere insieme comitati di quartiere, lavorator3, sindacati e student3.

Sulle principali testate giornalistiche, però, si legge quasi esclusivamente della “violenza” agita da una parte dell3 manifestanti, costruendo la ben nota retorica della divisione tra “buoni e cattivi” e portando avanti una narrazione che ribalta completamente cause ed effetti della rabbia espressa sabato.

In particolare, circolano su tutti i media le immagini del poliziotto ferito, utilizzate dalla destra — e non solo — per invocare un’accelerazione dell’iter di approvazione del nuovo pacchetto sicurezza, che introduce nuove leggi liberticide, e tra le altre, contro le manifestazioni di piazza. Non trovano invece spazio le testimonianze degli abusi e delle violenze agite dalla polizia: dalle centinaia di lacrimogeni sparati ad altezza uomo, alle cariche, fino all’uso di idranti e ai pestaggi di divers3 manifestanti. Qui il link alla testimonianza della giornalista Rita Rapisardi: https://www.instagram.com/p/DUOfhn6Dfkn/?igsh=NDZrbzJ3dG5qMHhi

Ne abbiamo parlato con una compagna del CUA e redattrice di Radio Blackout.

Nella serata di domenica 1 febbraio, l’intera comunità studentesca, docente, precaria e lavoratrice di UNITO ha ricevuto una mail firmata dalla rettrice Prandi e dal prorettore Cuniberti, nella quale si chiede “a ogni organizzazione, gruppo o coordinamento della nostra comunità di prendere posizione rispetto ai fatti violenti di ieri”.

Dopo settimane di chiusura — non solo dello spazio fisico di Palazzo Nuovo, ma anche di qualsiasi reale dialogo con la componente studentesca — l’Università sceglie di prendere parola in piena linea con le politiche di governo, in modo del tutto ipocrita considerando che mai si è espressa o ha richiesto una compatezza della comunità universitaria né sui licenziamenti di massa del personale precario né sulle violenze che, in mondovisione, accompagnano il genocidio in Palestina.

In un’università sempre più modellata come un’azienda e asservita agli interessi militari, dove viene sistematicamente smantellata la costruzione di un sapere critico e di un dibattito libero, abbiamo chiesto un commento sul ruolo che l’università stessa ha avuto in queste settimane di costruzione della giornata di sabato. 

Nella stessa mail si comunica non solo la chiusura di Palazzo Nuovo per la giornata di oggi, lunedì 2 febbraio, ufficialmente per ragioni di “igienizzazione”, ma si fa anche riferimento alle chiusure dei giorni precedenti, motivate da presunte “attività non autorizzate e del tutto incompatibili con i luoghi occupati”. L3 occupanti avevano tuttavia dichiarato fin dall’inizio che tutte le attività didattiche sarebbero state garantite e, anzi, arricchite da momenti di formazione dal basso, confronto e socialità. Queste misure di chiusura sono evidentemente il prodotto di pressioni politiche, non solo ministeriali ma anche poliziesche, che — nel nome dell’“ordine pubblico” e degli interessi del governo — scavalcano le reali esigenze dell’università e della sua comunità.

Allo stesso modo, dal caso dello sgombero di Askatasuna appare evidente come le volontà di governo facciano pressione anche sull’amministrazione locale, portando ad una vera e propria escalation repressiva: dalla militarizzazione del quartiere Vanchiglia alla chiusura delle scuole, fino all’uso e alla legittimazione della forza e di strumenti intimidatori da parte della polizia già prima del corteo, con quasi 800 persone fermate e perquisite.

Di fronte a un governo che sceglie apertamente la strada della militarizzazione e della repressione, diventa necessario rilanciare i prossimi appuntamenti nazionali: lo sciopero dei porti del 6 febbraio, l’opposizione alle Olimpiadi del 7 febbraio e la due giorni di Livorno del 21–22 febbraio, per costruire un’opposizione ampia ed eterogenea contro il governo e le sue politiche di guerra, sempre più lontane dagli interessi reali di chi vive in questa società.

In ultimo, abbiamo fatto insieme il punto legale. Purtroppo tre persone sono state arrestate nella serata di sabato e si trovano attualmente recluse nel carcere delle Vallette di Torino, con accuse molto gravi, per le quali è stata richiesta la convalida della detenzione in carcere. Nel pomeriggio di ieri, domenica 1 febbraio, è stato organizzato un momento di saluto solidale e complice sotto il carcere delle Vallette.

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