Omofobia. La strage di Orlando, le religioni, le armi

Scritto dasu 14 Giugno 2016

La strage di Orlando è probabilmente la più grave mai avvenuta negli Stati Uniti. 59 morti ed altrettanti feriti all’interno di un locale gay sono un bilancio pesante, il prezzo della reazione agli scampoli di libertà che le persone lgbtq si sono prese in lunghi anni di lotte.
Un luogo dove la gente andava a divertirsi era anche punto di riferimento organizzativo per la comunità lgbtq della zona., si trasforma in mattatoio, luogo di paura, affinché nessuno possa più sentirsi al sicuro.

Ma Orlando non è Parigi o Bruxelles, il Pulse non è il Bataclan.

I commenti di queste ore lo dimostrano sin troppo bene. Alla rivendicazione dell’Isis – poco importa se reale o meno – non segue la condanna unanime. Qualche chiesa evangelica ha esaltato il massacro. Le prime pagine dei nostri quotidiani non urlavano con immagini e grandi titoli, ma mostravano un’indignazione decisamente più sobria. Il genere di indignazione che si conviene quando le vittime non sono del tutto degne. Non per tutti.
Il padre dell’assassino parla in un modo ai media statunitensi, in un altro su facebook dove usa il Dari, la lingua dei pashun, per affidare a dio il compito di punire i gay.

I quotidiani hanno riportato, come se fosse un’attenuante, che Omar Mateen era stato turbato dalla vista di due ragazzi che si baciavano.
Già. L’omosessualità resta un orientamento che i più preferirebbero restasse nascosto, velato da sobrietà, senza irrompere nella quotidianità, spezzandone il mai sopito perbenismo.

L’omofobia e la transfobia si alimentano del retaggio delle religioni patriarcali, i cui fasti rinverdiscono da decenni. L’irrompere della diversità che orgogliosamente si mostra, si ribella a leggi, divieti, violenze ha incrinato l’illusione identitaria che segna i corpi e le relazioni, modellandoli, spesso a forza, entro schemi rigidi, ma rassicuranti.

L’intersezione tra omofobia e razzismo produce effetti paradossali, come il Paperone poco compassionevole che si giocherà il prossimo 8 novembre la poltrona di presidente degli Stati Uniti, che difende i gay dagli immigrati che provengono da paesi prevalentemente musulmani. E’ lo stesso uomo che ha più volte fatto dichiarazioni omofobe e sessiste, lo stesso che si è espresso contro gli immigrati messicani, centro e sudamericani, come tanti dei ragazzi ammazzati al Pulse.

La strage di Orlando è in se un fatto atroce, ma semplice: un uomo armato sino ai denti fa irruzione in un locale cercando di ammazzare più omosessuali possibile. Omofobo e islamico, ma avrebbe potuto essere omofobo ed israelita, omofobo e cristiano, omofobo e nazista. L’aggettivo, nella narrazione dei media e nei commenti dei politici assume maggiore importanza del nome cui si riferisce. Un nome che rimette al centro il fatto che l’identità di genere, il suo attraversamento, il suo rimodellarsi su percorsi individuali, come la scelta esplicita di mostrare un orientamento sessuale diverso da quello preteso dall’eteronormatività dominante, resti una grossa pietra di inciampo nell’immaginario sociale prevalente anche nelle nostre società.

La strage di Orlando ci dice molto della violenza reattiva che la libertà lgbtq suscita in chi, in nome di dio o della “natura”, vorrebbe cancellarla.
La narrazione della strage di Orlando ci dice molto di quanto lunga sia la strada che conduce ad una libertà che non ha confini di genere o di orientamento sessuale, perché l’attraversamento, la sperimentazione, la molteplicità di prospettive sono diventate del tutto “normali”.

Ne abbiamo parlato con Maurizio del circolo lgbtq “Maurice” di Torino.

Ascolta la diretta:

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La facilità con la quale negli Stati Uniti è possibile acquistare un’arma è uno dei temi che anche questa volta hanno caratterizzato i commenti sulla strage di Orlando, compiuta da una guardia privata che lavorava in una prigione minorile della Florida.
Ne abbiamo parlato con Robertino, un compagno che da molti anni si occupa di questi temi.

Ascolta la diretta:

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