

13 aprile (2.8)
«Bisogna rovesciare quello che diceva Adorno sull’impossibilità di scrivere ancora poesie dopo Auschwitz. Come dimostrano i palestinesi, solo le poesie (in versi, in prosa o in azione) possono dire qualcosa di vero e di vivo di fronte all’orrore di Gaza.»
(“Ora che capovolta è la clessidra”, disfare n.4)
Questo è uno speciale dedicato ai prigionieri palestinesi, nato da un’iniziativa benefit tenutasi al Balòn il 21 marzo.
Per un’ora ci spostiamo simbolicamente in Cisgiordania, attraverso aggiornamenti diretti di una compagna che si trova là e di alcuni abitanti dei campi di Tulkarem, intrecciati alla lettura di poesie palestinesi. Parole che si fanno corpo e memoria viva, proprio là dove corpo e memoria sono il primo bersaglio del controllo, della detenzione e della cancellazione.
La condizione dei prigionieri palestinesi è uno dei pilastri del dispositivo di occupazione. È una tecnologia ordinaria di governo: arresti di massa, detenzione amministrativa, incarcerazione diffusa e uso sistematico dell’accusa di terrorismo come strumento di neutralizzazione. Il genocidio non si presenta solo sotto forma di bombe, ma come amministrazione continua della morte, l’annientamento come procedura. La recente approvazione della pena di morte per i prigionieri palestinesi perfeziona giuridicamente il protocollo. È la firma di un potere perfettamente metodico nella sua ferocia.
Ma la resistenza riaffiora, continuamente, è linguaggio irriducibile.
Silenzio per Gaza, di Mahmud Darwish
Rifugiata, di Hanaa Ibrahim
Una poesia per Gaza, di Remi Kanazi
Noi insegniamo la vita, signore, di Rafeef Ziadah










