
Stop Dirty Datacenters 2026: contributi locali e internazionali dalle lotte
domenica 8 novembre 2026
All’interno della mobilitazione europea Stop Dirty Data Centers, indetta per il 6 e 7 novembre 2026, Radio Blackout dedica il palinsesto pomeridiano del sabato alla diffusione delle lotte – locali e internazionali – contro la proliferazione di queste strutture.
All’interno di questo spazio: lotta in Olanda e collettivo Geef Tegengas; contributo da Trino su nucleare e data centers; lotta in Germania, collettivo Ende Galände, Cables of Resistance e mappatura di realizzata da Heisse Luft; sguardo sulle lotte locali con i comitati contro i data center di Lucento, Moncalieri e Caselle; l’Anti Datacenter Alliance di Blackpool (UK) sulla devastazione di habitat umani e non-umani; la deforestazione operata da Google in Finlandia; la lotta del collettivo No es sequíaes saqueo in Aragona (Spagna) e le similitudini con la speculazione in Italia; la mobilitazione in Svizzera di Data Center Nein Danke; gli effetti della proliferazione a Dublino.
Nell’articolo che accompagna il podcast di questa trasmissione potete trovare vari riferimenti alle realtà che abbiamo ospitato e alcuni contenuti che non siamo riuscite a trasmettere, come un’importante intervista con una compagna dal Texas.
Ascolta i contenuti del pomeriggio di Radio Blackout contro i data centers:
/ / / Contenuti da approfondire:
TEXAS: intervista a una compagna della redazione di Reboot, fanzine nata dall’opposizione contro i data centers, che approfondisce in modo esteso la relazione tra proliferazione dei data centers, economia dell’AI e riorganizzazione capitalista:
OLANDA – Partiamo con un breve testimonianza rispetto all’occupazione del cantiere del data center di Microsoft ad Amsterdam e ascoltiamo il contributo del collettivo Geef Tegengas:
“Il data center che Microsoft sta facendo costruire nel porto di Amsterdam, vicino alla stazione di Sloterdijk, consumerà ogni anno circa ottocento milioni di chilowattora, quasi quanto tutte le famiglie della città messe insieme. È contro questo cantiere, tre torri alte ottantacinque metri costruite dalla società britannica Pure DC e affittate interamente a Microsoft, che venerdì 6 novembre il collettivo @geeftegengas ha convocato un’azione di massa a cui dovrebbero partecipare collettivi da tutta Europa, dalla Svizzera al Portogallo passando per Germania, Danimarca e Belgio. Il gruppo è noto nei Paesi Bassi per i blocchi della ferrovia del porto di Rotterdam, da cui nell’ottobre del 2025 la polizia aveva rimosso oltre 300 attivisti. Al progetto il collettivo contesta l’energia che sottrarrà a una rete elettrica già satura e l’uso militare dei server di Microsoft, dopo che nel 2025 un’inchiesta del Guardian aveva rivelato che l’intelligence militare israeliana conservava grandi quantità di dati sui palestinesi nei data center di Microsoft, anche nei Paesi Bassi.
Amsterdam è uno dei luoghi in Europa dove il conflitto è più concreto. I data center consumano già quasi il 5 per cento dell’elettricità olandese, e il Comune ha ammesso che la mancanza di capacità della rete mette a rischio la costruzione di 30 mila case e di 50 tra scuole e asili. Il progetto di Sloterdijk ha ottenuto permessi e allacciamento prima dell’arrivo di regole più severe, ed è stato diviso in tre edifici, ciascuno appena sotto la soglia oltre la quale scatterebbe il divieto nazionale per i grandi data center. Nel sud-est della città, invece, la statunitense Equinix ha ottenuto il via libera per un campus di quattro torri che a regime userà oltre un miliardo di litri di acqua potabile all’anno, contro cui si sono mobilitati più di cinquecento residenti.
In estate il cantiere di Microsoft era già stato bloccato da Geef Tegengas e preso di mira da Extinction Rebellion, che aveva lanciato sulle fondamenta palloncini pieni di una miscela corrosiva, senza però causare danni.”
FINLANDIA – “Sabato 7 novembre marceremo contro i data center in diverse città della Finlandia. Nei prossimi anni è prevista la costruzione di 145 data center nel Paese. È necessario fermare questo processo e avviare una discussione, dato che sta avvenendo a una velocità senza precedenti. Serve una regolamentazione più rigorosa: le aziende devono rispettare la legge, altrimenti devono subirne le conseguenze. Abbiamo inoltre manifestato davanti agli uffici di Google a Helsinki, dopo che l’azienda ha abbattuto illegalmente oltre un quarto di milione di alberi per costruire data center, senza effettuare alcuna valutazione di impatto ambientale. Nonostante ciò, la Finlandia non ha imposto alcuna sanzione a Google. Ci troviamo nel pieno di una crisi climatica e della biodiversità; non possiamo permettere che le aziende inquinino il nostro ambiente restando impunite. I data center minacciano il benessere della natura e delle persone. Inquinano le risorse idriche e danneggiano la biodiversità. Si teme, inoltre, che il crescente fabbisogno energetico ricada ingiustamente sui contribuenti, ostacolando al contempo la transizione ecologica promessa dalla Finlandia. Tutto questo accade proprio mentre il governo finlandese sta attuando tagli al sistema di welfare, colpendo settori come la sanità e l’istruzione. La Finlandia si è sempre vantata di essere un Paese all’avanguardia sul piano ambientale, ma la realtà è ben diversa. Non vogliamo questi data center!”
SPAGNA – ARAGONA
No es sequíaes saqueo (Non è siccità, è saccheggio) è un collettivo che si concentra sulla lotta contro i data center in Aragona. Il nostro lavoro è incentrato sulla sensibilizzazione riguardo all’impatto che tali infrastrutture hanno sul territorio — attraverso incontri nei paesi, contenuti per i social media, affissione di manifesti e allestimento di banchetti informativi — nonché sul tentativo di rallentare i relativi processi sia per vie legali e sia tramite l’organizzazione sociale dal basso, cercando di fare nascere nuovi gruppi nei centri abitati più colpiti.
Questo il loro contributo integrale:
“In Spagna, da tre anni assistiamo al proliferare di decine di progetti di data center. Complessivamente, è stata autorizzata una potenza superiore a 12 GW, con ulteriori 20 GW in cantiere. Tuttavia, questo rapido insediamento di data center si concentra in alcuni territori di quella che definiamo la “Spagna svuotata” (*España vaciada*). Si tratta, in altre parole, di regioni che da decenni subiscono lo spopolamento e le politiche di centralizzazione a favore delle grandi città, e che ora vengono trasformate in “zone sacrificali” per accogliere imponenti progetti tecnologici ed energetici. Tali iniziative, lungi dal favorire la transizione ecologica ed energetica, non fanno altro che accrescere ulteriormente la ricchezza dei grandi colossi tecnologici statunitensi, tra cui Amazon, Microsoft e Blackstone.
Solo in Aragona sono stati pianificati oltre 28 centri dati, con una capacità complessiva superiore agli undicimila megawatt. Alcuni di essi arriveranno a una capacità di 1.000 MW. Questo afflusso in Aragona non è avvenuto in modo naturale, bensì per precise scelte politiche. Le politiche centraliste menzionate in precedenza hanno creato un contesto caratterizzato da elettricità abbondante ed economica, supportata da una rete resiliente che, fino a pochi mesi fa, offriva ancora margini di accesso. Inoltre, la disponibilità di terreni agricoli o rurali consente a queste aziende di espandere i propri centri dati a costi contenuti e potenzialmente senza limiti, con l’unico vincolo rappresentato dalla capacità del mercato di assorbire i loro servizi. Nonostante la regione sia a rischio siccità, anche la questione idrica non sembra rappresentare un ostacolo per l’amministrazione, che si rifiuta di respingere gli investimenti pur in presenza di una carenza d’acqua nei fiumi. In sintesi, ciò che l’Aragona offre a queste grandi multinazionali e ai fondi d’investimento è una “natura a basso costo”: ovvero acqua, elettricità e suolo a prezzi vantaggiosi.
Non solo: il Governo dell’Aragona stende il tappeto rosso a queste aziende. Nel nostro territorio esiste uno strumento di pianificazione denominato “Piano di interesse generale dell’Aragona” (Plan de Interés General de Aragón, o PIGA). Si tratta di un meccanismo analogo a quelli adottati in altri contesti, come il “Qualifying Project” negli Stati Uniti, il “Nationally Significant Infrastructure Project” nel Regno Unito, il “Projet d’Intérêt National Majeur” in Francia e l’Accordo di Programma in Italia. Analogamente all’Accordo di Programma, il PIGA mira ad accelerare la realizzazione di progetti, dimezzando i tempi amministrativi e aggirando le norme urbanistiche. In Italia, un concetto affine è il “permesso di costruire in deroga agli strumenti urbanistici”. Di fatto, tali strumenti creano una sorta di “stato di eccezione”, offrendo a determinate imprese un quadro normativo con minori garanzie, nell’intento di intercettare una quota degli ingenti capitali che circolano a livello globale.
In Spagna, tuttavia, stiamo assistendo a un ciclo di capitale che potrebbe riscontrarsi anche in Italia. In risposta alla saturazione del mercato delle energie rinnovabili, alcune aziende energetiche – che di fatto costituiscono un vero e proprio oligopolio – stanno dirottando parte del loro capitale verso i data center. Tali strutture verrebbero alimentate proprio da quell’energia rinnovabile che era stata giustificata nell’ottica di una transizione verso un sistema energetico sostenibile; sistema che, paradossalmente, i data center rischiano di compromettere. In questo scenario, la rete di interessi economici e politici che sostiene lo sviluppo di tali centri non coinvolge solo le grandi aziende tecnologiche, ma anche imprese energetiche, colossi dell’edilizia e persino fondi di investimento immobiliare.
La carenza di una normativa specifica nel settore ha favorito una crescita incontrollata e illimitata. La situazione è mutata molto di recente con l’emanazione di un regio decreto che disciplina i data center. Sebbene ancora insufficiente, si tratta della normativa più ambiziosa al mondo in materia di tali infrastrutture e potrebbe fungere da modello per altri Paesi. Il provvedimento impone, ad esempio, che l’80% dell’energia utilizzata provenga da fonti rinnovabili, prodotte nella stessa ora e generate da impianti realizzati non più di un anno e mezzo prima della costruzione del data center stesso. Vengono inoltre richiesti elevati standard di efficienza idrica ed energetica, oltre a prevedere alcune istanze, seppur limitate, in tema di sovranità digitale. I grandi colossi tecnologici stanno esercitando pressioni sul nostro governo – sia a livello nazionale che europeo – e tale dinamica interesserà inevitabilmente anche altri territori che, nei prossimi anni, intenderanno regolamentare il settore; è dunque fondamentale esercitare una pressione a livello internazionale.
In generale, la grave situazione in cui ci troviamo non ci scoraggia; al contrario, ci sprona a vincere questa battaglia. Perché siamo in tanti, perché abbiamo ragioni più che valide e perché i grandi colossi tecnologici possiedono solo il potere che noi, come cittadini, conferiamo loro. Da oltre due anni ci stiamo organizzando sul territorio attraverso svariate campagne di sensibilizzazione. Teniamo incontri in tutti i comuni in cui si vorrebbero installare data center, creiamo contenuti per i social media e gli organi di informazione, organizziamo passeggiate nelle aree interessate, presentiamo osservazioni e abbiamo portato tutti i progetti in tribunale, in attesa delle relative sentenze. In sintesi, stiamo mettendo in campo una serie di iniziative volte a bloccare tali progetti. Il nostro obiettivo è chiaro: fermare queste opere su larga scala, ripensare al modello di digitalizzazione che desideriamo per le nostre vite e pretendere – nonché costruire – infrastrutture basate su una scala e un regime di proprietà differenti, capaci di soddisfare i nostri bisogni digitali. In questo percorso, tendiamo la mano ai nostri amici italiani per continuare a collaborare e rafforzare i legami tra i nostri due popoli, di fronte alle offensive delle grandi multinazionali contro le nostre terre mediterranee.
Un abbraccio, e avanti con la lotta.”
SVIZZERA: A Schaffausen il comitato territoriale “Data Center Nein Danke” si oppone alla costruzione di un nuovo data center









