
Il geniale piano per la pensione a 45 anni
Seconda visione
Ci siamo confrontati con alcuni redattori e abbiamo rivisto in parte il giudizio entusiasta espresso in precedenza su Sirāt; o meglio, abbiamo accolto i rilievi secondo i quali nella forma professionalmente ineccepibile e le suggestioni delle location funzionali alla trama si potevano scorgere alcune scontate scivolate ruffiane volte a ingraziarsi alcune tipologie di pubblico, e che nell’abilità a muoversi tra registri narrativi diversi quella vena sufi e lo sviluppo a tratti regolato da una presenza dovessero ascriversi alla conversione di Olivier Laxe alla fede islamica, un elemento palese fin dal titolo… che si allarga in effetti lungo tutto il percorso del road movie. E anche l’allusione alle mine militari nel deserto del Sahara occidentale poteva accogliere una denuncia più esplicita del colonialismo marocchino, che è ringraziato nei titoli di coda per il supporto prestato.
Questo ci ha indotto a ridimensionare l’entusiasmo iniziale: se qualche altro giudizio vi trova in disaccordo, segnalatecelo e nel caso sia convincente l’eccezione, possiamo fare ammenda, come in questo caso.
Prima stroncatura
Per esempio se vi dovesse essere piaciuta l’orrida propaganda nazionalista che si respira in La Grazia di Sorrentino, uno tra i più sovrastimati registi del già sopravvalutato cinema italiano, proponete qualche valido motivo per rivalutarlo e avrete diritto di replica all’impressione di mancanza della supposta brillantezza iniziale del regista di L’uomo in più. Una versione radical-chic dei cinepanettoni con il regista in fissa per mettere in scena il Potere, infilandoci superficialmente varie tematiche di moda.
Seconda stroncatura
Altra delusione proviene da Divine Comedy, pretenzioso tentativo metalinguistico di mostrare l’asfissia della espressione artistica e culturale nello stato iraniano attraverso successivi luoghi in cui va in scena la censura del film che non vedremo, perché Asgari ci impone a più riprese la soggettiva che ci consegna allo sguardo del censore, già usata nel ben più efficace Kafka a Teheran, il cui funzionamento a episodi mascherava meglio l’incapacità del regista a reggere un filo che colleghi gli stereotipi un po’ più sostenibile di una Vespa rosa che allude a Vacanze romane, utile nelle intenzioni dell’autore a dichiarare il film una commedia amara (anche dantesca nella allusione esplicitata senza pudore). La sensazione è di scontata assenza di trama per riferirsi ai grandi registi chiamati in causa senza motivo, iraniani (Kiarostami e Panahi) e occidentali, attribuiti in modo blasfemo al gemello collaborazionista – banalmente altra anima del regista stesso – e al cinefilo censore (Godard Aronofsky), a cui però manca il sostegno del genio per evitare che il film risulti slegato e noiosamente costituito da un’accozzaglia di siparietti di dialoghi vacui.
Elogio della elegia della libertà
Fortunatamente ci vengono in soccorso le piattaforme digitali che hanno consentito a Giacomo di vedere I delinquenti, valido noir argentino anch’esso citazionista, ma al contrario di Asgari il regista porteño Rodrigo Moreno usa l’allusione esplicita (L’Argent) o iconica (La fiamma del peccato) per aggiungere significato al testo filmico. Il colpo in banca nella alta tradizione filmica (il capolavoro kubrickiano Rapina a mano armata) si dipana parallelamente a una serie di personaggi e situazioni doppi e paralleli, che creano un labirinto di intrecci. Il tutto per realizzare un film che esplicita il rifiuto del lavoro, il raggiro del sistema che mette il denaro al centro, soffocando l’uomo che alla fine riesce a raggiungere la propria libertà… e anche l’inserto metalinguistico potrebbe fornire spunti ad Asgari per rendere meno asfittico l’espediente.






