I Bastioni di Orione

Avvoltoio vola via da casa mia, vola via da Puerta de Sol; e avvoltoio andò in Sudan…

giovedì 1 ottobre 2026

Nella nostra consueta analisi parziale dell’involuzione del pianeta stavolta ci occupiamo di stretta attualità, e come al solito con 24 ore di anticipo sulla palese complicità delle istituzioni con i fondi avvoltoio e l’epilogo sfrontato della Ley Maricarmen, con Victor Serri avevamo dipinto gli intrecci tra struttura economica del comparto immobiliare, istituzioni, speculatori, gentrificazione… a Madrid, ma vale per molti paesi. Lasciamo le anticipazioni sulla attualità per inseguire un’incancrenita guerra che si allarga sempre più nel Sudan, facendosi inglobare da quelle macroregionali che emergono periodicamente nel Corno d’Africa, con i soliti protagonisti sia locali, sia tra le potenze di varie dimensioni che usano quel territorio come proxy war… fino a far deflagrare un’unica Guerra mondiale? Abbiamo sottoposto il dubbio a Irene Panozzo proprio nei giorni in cui anche il presidente del Sud Sudan Salva Kiir mette in cantiere una nuova guerra civile. Infine Chiara Crescenzi ci illustra un ambito poco frequentato delle pratiche dei Data Center, quelli mai interattivi dei Data Assembly, il disloccamento oltreconfine dei proprio dati sensibili da parte di un paese che si accorda con un altro per custodire l’intero proprio scibile burocratico.

La casa è la struttura che “vertebra” la vita

La situazione delle locazioni di alloggi in Spagna affonda da decenni nell’inazione da parte istituzionale e si risale al franchismo per rintracciare il riconoscimento del problema e una soluzione sbagliata che da allora lascia spazio al profitto dello sfruttamento immobiliare (affitti di tre tipi, che ultimamente per la vocazione turistica delle metropoli privilegiano i soggiorni brevi e più remunerativi), alla speculazione (negli ultimi anni la parte più feroce è interpretata dai Fondi), alla gentrificazione che subentra nell’espulsioni delle classi popolari (in assenza di un piano casa che agevoli l’accesso alla proprietà, se non a favore di giovani che però non hanno il denaro per acquistare). Alle proteste, che in Spagna sono spesso sollevazioni dal basso spontanee, il governo socialista aveva cercato di mettere il cappello scaricando le colpe sui boicottaggi della destra (esterna e interna all’esecutivo di minoranza), ma la proposta di Psoe/Sumar bocciata dagli alleati indipendentisti catalani di destra di Junts sospendeva fino al 2030 solo gli sfratti dei vulnerabili vessati da un fondo speculativo. Riduttivo, ma non bastava nemmeno quello alla voracità dei fondi e deal speculazione.

Vivienda isquierdista, la misma mierda capitalista

Abbiamo interpellato Victor Serri, giornalista e militante, per andare oltre alla stretta attualità di acampadas e lotte esplose dopo il caso madrileno di Maricarmen, combattiva 87enne indigena (dietro la quale ci sono molti suicidi di sfrattati più deboli: afrodiscendenti, arabi, latinos, rom… donne, sottooccupati); il problema si è incancrenito per i redditi veramente bassi, nonostante la Spagna sia presa come esempio tra i paesi europei per sviluppo economico, ma non per benessere dei cittadini.
Dapprima in Catalogna e poi a Madrid ha cominciato a costituirsi un sindacato degli inquilini indipendente e combattivo in contrapposizione con i gravi danni fatti dalle amministrazioni di destra, che è sfociato in questo Movimento coordinato tra le varie realtà e che esprime richieste chiare che vadano nella direzione di un cambiamento strutturale, mentre le istituzioni mirano a dare soluzioni temporanee, che non inneschino la reazione di padroni, fondi e altri stakeholder del comparto immobiliare. Stavolta diventa ancora più importante che la forma di lotta risponda a un criterio di mobilitazione permanente, qualunque sia l’imbonimento da parte di istituzioni al potere o all’opposizione che siano, tanto tutelano gli stessi interessi, che non sono quelli di chi la casa la abita. Si tratta di un Movimento diverso da Indignados o M15, ma può mettere forse persino di più sotto pressione il potere; magari a partire da una huelga general.
Anche questa volta da parte del governo si è tentato un compromesso che non risolve nulla, privo di visione politica reale e strutturale, tentando di barcamenarsi senza scalfire il baluardo eretto dalla alleanza tra rendita immobiliare e speculazione fondiaria (il Psoe stesso si era astenuto di fronte a un provvedimento proposto da Sumar che teneva fuori i fondi di investimento dalle compra-vendite, e proprio questo aveva permesso lo scatenamento del mercato ancora più selvaggio e la moltiplicazione degli sfratti). Finché Junts risolve l’empasse, affossando la “Reforma Maricarmen”, una legge assimilabile a quella in atto in altri paesi europei.
Non sarebbe una soluzione nemmeno edificare nuove abitazioni, perché sono moltissimi gli alloggi vuoti che potrebbero dare sfogo al bisogno abitativo. L’unica soluzione è disinnescare il meccanismo che blocca il mercato, impedendovi l’accesso a chi non ha i mezzi per ottenere una casa, evitando che la minoranza di piccoli proprietari si trovi a imporre locazioni esagerate per integrare il reddito, seguendo i fondi nella quadruplicazione delle locazioni: il problema è l’impostazione del sistema capitalistico, che nega il diritto alla casa.


Le guerre si connettono nel Corno d’Africa dall’Etiopia al Sud Sudan

Proseguiamo la nostra analisi sulla situazione del Corno d’Africa ed il rischio concreto che la rinnovata fiammata bellica in Etiopia si possa estendere al Sudan già in guerra, connettendosi con le tensioni nel mar Rosso in un quadro di destabilizzazione della macro regione.Ci aiuta a comprendere le dinamiche della guerra sudanese Irene Panozzo , analista politica, che si occupa di vicende storiche e politiche africane e mediorientali da più di 25 anni . La guerra sudanese e quella etiopica hanno delle ragioni domestiche che si fondono con le dinamiche regionali per poi svilupparsi ed ampliarsi sulla spinta di attori internazionali che mirano al controllo di quei territori e delle loro risorse. La ripresa della guerra in Etiopia ,con il rovesciamento delle alleanze e il fallimento dell’accordo di Pretoria che dal 2022 ha dimostrato tutti i suoi limiti, s’interseca con l’attivismo israeliano nel Somaliland alla ricerca di una base per avvicinarsi ai paesi del golfo e l’Iran .In Sudan la guerra ha coinvolto i paesi limitrofi nel sostegno ai due contendenti ,rendendo il conflitto ancora più sanguinoso con l’utilizzo di strumenti bellici sofisticati e prolungandone la durata . Il Sudan è sostanzialmente diviso in due regioni con le RSF (le forze di supporto rapido) in Darfur e le SAF (le forze armate sudanesi) a Kartoum ,con due amministrazioni separate che hanno seri problemi di legittimità .Entrambe le parti combattono per il controllo totale del paese ,appoggiandosi alle varie milizie locali ,la cui fedeltà viene negoziata secondo le circostanze con ampie possibilità di cambiamento degli schieramenti. L’utilizzo di droni provenienti dalla Turchia e dall’Iran ha reso la guerra ancora più devastante per la popolazione civile ,da 2023 anno dello scoppio del conflitto si parla di quasi 200000 vittime e quasi 10 milioni di sfollati interni.

Anche nel Sud Sudan si teme il ritorno delle tensioni tra i Dinka e i Nuer ,il 22 settembre scorso il presidente Salva Kiir ha sciolto il parlamento e il governo a livello centrale mettendo fine di fatto all’accordo che nel 2018 aveva previsto la divisione del potere con il leader dell’opposizione Rieck Machar ,agli arresti domiciliari da marzo 2025 .Con questa decisione si allontanano le possibilità ,peraltro già remote,di svolgere le elezioni a dicembre ,le prime dall’indipendenza del paese del 2011. Difatto l’unica istituzione vigente è il presidente della repubblica Kiir ,che comunque non gode di buona salute e già s’intravedono le manovre per la successione.

La giurisdizione legale dei dati a presidio della sovranità separata dal territorio

L’articolo Che cosa sono le ambasciate dei dati apparso su “Guerre di Rete” a firma Chiara Crescenzi ci ha fatto prendere in considerazione una realtà poco conosciuta e dai contorni vaghi, spingendoci a chiedere lumi direttamente all’estensore dell’articolo. L’intreccio di strutture statali con infrastrutture e supporti digitali alla burocrazia sono ormai cosi stretti che il potere istituzionale si trova a considerare la protezione e la salvaguardia dei dati sensibili custoditi su reti e cloud come essenziali per la sopravvivenza del paese e la tutela della identità nazionale. L’aggressività delle superpotenze che hanno avviato la spartizione del mondo rendono indispensabile preparare una sorta di resilienza da parte degli altri poteri statali che intendono mantenere memoria dei propri dati. Aprono così un nuovo capitolo della diffusione di Data Center; questa volta esternalizzati: si cercano le condizioni ottimali presso paesi terzi affidabili, con ottime credenziali di sicurezza nella custodia e trasporto dei dati sensibili: l’estensione al di là dei propri confini per mettere al sicuro i dati fondamentali della memoria di una nazione è l’unica possibilità di assicurare una continuità alla governance politica ed economica, le comunicazioni e le infrastrutture nel caso di disastro dovuto ad aggressione, occupazione, distruzione, catastrofe in un paesaggio ormai possibile, mentre soli pochissimi anni fa era totalmente improbabile.

La giurisdizione legale dei dati a presidio della sovranità separata dal territorio
Infatti il primo caso registrato di Data Embassy è quello dell’Estonia – uno di quei paesi baltici ossessionati dalla vicinanza della Federazione russa di Putin – che ha trovato in Lussemburgo nel 2017 (quando gli estoni avevano subito cyberattack che avevano bloccato per settimane ‘operatività del paese) il luogo dove collocare copia dei propri dati in Data Center: la scelta è operata attraverso vari parametri, innanzitutto di sicurezza e di accessibilità riservata ai dati, che vengono aggiornati ma non costantemente e soprattutto prevedono il semplice deposito in caso di necessità, e non interazione con questi; un luogo pubblico, ma non frequentato nemmeno a livello digitale, ma un luogo crittografato a livello 4 e accessibile solo a pochissimi, per assicurare operatività a un paese che “in patria sia sotto attacco. 
Ci sono però difficoltà enormi sia per le scelte meramente finanziarie, come l’offerta di spazi indiana, che si è arenata sull’aspetto giuridico; l’ambizione del governo di posizionare GIFT City come polo per gli archivi di dati dei governi stranieri si scontra con una sfida giuridica fondamentale e cioè l’assenza di un quadro normativo che garantisca ai dati sovrani una protezione paragonabile all’immunità diplomatica. Sia nel caso di una stretta alleanza tra paesi che accolgono e affidano i dati sensibili. Ma si va estendendo la pratica di salvaguardia, denunciando un’estensione della paura del cyberattack diffuso. La proposta si inserisce perfettamente in un più ampio sforzo bilaterale che abbraccia l’intelligenza artificiale, le tecnologie emergenti e il supercalcolo… con tutte le conseguenze che impattano sull’ambiente tipiche dei Data Center. La realizzazione di queste infrastrutture non saranno né economiche né facili. C’è poi il quadro normativo. Entrambe le nazioni dovranno districarsi in un complesso labirinto di giurisdizioni, diritti di accesso, standard di sicurezza e meccanismi di risoluzione delle controversie. C’è ancora molta confusione in materia, ma è già inquietante che si assicuri il funzionamento del governo, dell’economia e dell’apparato statale anche se in realtà sarebbe ormai dissolto…

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