I Bastioni di Orione

Manovre belliche, aurea illusione d’indipendenza e lo spettro di un boia si aggira nei Balcani

giovedì 10 settembre 2026

Guerre: in sfinimento, pronte allo scoppio, finanziarie… mai concluse nei secoli

Abbiamo provato a fare il punto del conflitto ucraino dopo la pausa estiva con Francesco Dall’Aglio e siamo finiti in Yemen, mentre Ansarullah si prendeva Bab el Mandeb, passando da Hormuz.
Poi è stata la volta di Alessandro Volpi che ci ha dimostrato come i fondi tipo BlackRock stiano scommettendo sull’oro per disinnescare la trappola degli asset statunitensi imposti in un cortocircuito per nulla virtuoso, puntando a un multilateralismo che miri a ridurre la dipendenza da un sistema nel quale circuiti di pagamento, banche, mercati dei capitali e istituzioni occidentali costituiscono strumenti di potere geopolitico. Da ultimo siamo andati ai funerali di stato di Radko Mladić accompagnati da una attonita guida serba: Tatjana Ðorđević è consapevole di quanto la maggioranza della popolazione serba sia ancora imbevuta di nazionalismo, nonostante prima dell’era Vucić sembrasse aver superato quella sindrome di accerchiamento e ci spiega come sistema mediatico e testi scolastici siano responsabili del lavaggio del cervello di un paese ridotto a nazione.

La Vittoria arride sempre ai potenti?

Come sempre molto interessante guardare gli eventi con la lente d’ingrandimento distaccata di Francesco Dall’Aglio, un ossimoro che forse spiega la capacità di andare a evidenziare i dettagli che maggiormente condizionano le strategie apparentemente sconsiderate adottate dai potenti del mondo e che in realtà rispondono a esigenze altrettanto schizofreniche, come le propagande dagli opposti fronti comuni sempre meno controllabili, anche confrontando le quantità di armi spostate e prodotte e consumate: solo attraverso i collegamenti tra ingrandimenti di dettagli più significativi si può provare a ricostruire la reale situazione, senza tifare o dare vita a ideologici wishful thinking. La guerra nell’attuale rivendicazione contrapposta di egemonia vs multilateralismo è destinata a non finire in tempi brevi, e anche se dovesse gradualmente finire con il comporsi in Ucraina – in particolare perché l’economia di Kyiv viene strozzata dal blocco delle esportazioni di grano e prodotti agricoli, per esempio –, sarà solo per lasciare spazio ad altri fronti contrapposti; contenziosi che vedono alleanze variabili (e inaffidabili) corrispondenti agli accordi stipulati… che non sempre sfociano poi in reciproco aiuto. Non si tratta di alleanze multilaterali di fondo ma di rapporti di convenienza e, in definitiva, di alleanze bilaterali molto fragili e legate alla contingenza, come nel caso del coinvolgimento pakistano in Yemen a supporto dei sauditi che tarda un po’ a realizzarsi, nonostante il patto a tre con la Turchia da poco stipulato.
Un altro spunto di riflessione proviene dal fatto che la guerra di droni capita proprio nel momento in cui tutti gli eserciti hanno un deficit di truppe e i robot possono sopperire. Ma con i droni non vinci un conflitto: puoi tenere un fronte, ma non ottieni una vittoria definitiva, non controlli il territorio. 
Contemporaneamente Francesco Dall’Aglio ci fa notare come la strategia militare statunitense sia condizionata dagli avvicendamenti logistici, dal venir meno dei supporti di basi mediorientali bombardate dagli iraniani e abbandonate dall’Usaf, dagli approvvigionamenti provenienti dall’altra parte del mondo, dall’usura dei mezzi (per esempio la portaerei Lincoln) e perciò si assiste a tregue più o meno concordate e più o meno lunghe, per dare la possibilità alla elefantiaca macchina da guerra di esprimersi. E così la controparte ha modo di organizzare lo strozzamento dell’Arabia saudita con i suoi stessi stretti: la repentina avanzata di Ansarullah in Yemen è sicuramente pianificata con l’aiuto di Teheran. I più potenti ripetono che comunque alla fine vincono loro (Usa da un lato, Russia dall’altro), ma è un calcolo azzardato. 
Un altro aspetto che sottolinea Francesco è che comunque la diplomazia non ha mai smesso di funzionare parallelamente e non è fatta dai personaggi pubblici alla Kushner (con il suo aspetto da agente immobiliare), bensì da esperti di lungo corso in grado di affrontare le mosse di navigati protagonisti da ambo i lati. In questo quadro vago spicca la visita di Ratcliffe a Mosca, quello ha probabilmente segnato una svolta; soprattutto se si valuta che Russia e Usa non hanno contese reali, se non in parte sull’Ucraina, e quindi nel dopoguerra potrebbe esserci un accordo che allontanerebbe Mosca da Pechino e inaugurerebbe un periodo di collaborazione. Europa non pervenuta e rintronata: la sua ostilità e ricerca dello scontro, una velleità bellicista parossistica che fa il gioco dei nazionalisti russi, le consente giri di vite interni e sono da sostegno vicendevole tra nazionalisti da un lato e dall’altro. 
Peraltro è difficile riuscire a sostituire Zelensky e il suo sistema di potere sopravvissuto a innumerevoli scandali, corruzioni e lotte interne. Ultima quella che vede Fedorov, assoldato da Crosetto, sugli scudi dell’insurrezione di popolo che nel momento in cui si accorge della manovra elettorale lo abbandona, permettendo al personaggio Zelensky di sopravvivere anche stavolta; un attore che sta bene sia agli americani che ai russi e che sarebbe problematico scaricare dopo aver creato l’aura attorno alla sua figura per 4 anni di guerra. Magari subito dopo sarà abbandonato, ma ora è difficile.


Mladić salda il ponte tra generazioni di nazionalisti serbi

Il contagio del mito nazionalista fa breccia tra i giovani serbi

Nella storia della Serbia si annoverano molti ponti: quello di Mostar sotto il fuoco dei cecchini; il ponte Branko a Belgrado con il Movimento che lo calpesta ancora puro e senza infiltrati, oppure il vicino Vecchio Ponte sulla Sava difeso dall’abbattimento… e invece durante il funerale è stato imbrattato da uno striscione dedicato al generale boia di Srebrenica. L’attuale ponte unisce metaforicamente la confusa adesione di una parte del sentimento serbo alla furia bellica di trent’anni fa con quel popolo di Vucić che ha partecipato alle esequie (quasi) di Stato.
Mentre in tutto il mondo si ripesca dai magazzini più sordidi il peggiore nazionalismo, il funerale di Mladić rinfocola le rivendicazioni territoriali della Grande Serbia che affondano in un lugubre passato e non sono mai sopite in una comunità sottoposta dal governo di Vucić – al potere da 12 anni – a una propaganda sciovinista pari solo a quella dell’alleato ebraico: entrambi dotati di sistemi mediatici ed educativi capaci di incidere profondamente sulle coscienze e provocare fanatismi attraverso la disumanizzazione dell’altro, bosgnacco o palestinese che sia. Così persino molti giovani che non hanno assistito in diretta ai crimini di Mladić si sono sentiti in dovere di rendere omaggio a un boia, che aveva sulla coscienza il suicidio di sua figlia, incapace di sopportare la vergogna del padre prima ancora che potesse perpetrare l’orrore di Srebrenica. Un criminale morto al momento giusto per infiammare la campagna elettorale dei populisti al potere in vista delle elezioni del 25 ottobre. 
A commentare l’organizzazione del mito collettivo e la creazione di un idolo postumo su un criminale di guerra abbiamo chiamato Tatjana Ðorđević, giornalista, documentarista (Zemlja è realizzato proprio a un trentennio da Srebrenica) e scrittrice (il suo ultimo libro Aida prende le mosse da Sarajevo 1992 e descrive il sacrificio di un’eroica donna che cerca di salvaguardare il sapere jugoslavo custodito dalla biblioteca della capitale bosniaca dalla furia iconoclasta proprio di Mladić), che oltre a riconoscere in quella comunità tutte le contraddizioni e le insanabili divisioni, indica lucidamente come impossibile il mantenimento dell’europeismo dichiarato con la rivendicazione di quel feroce periodo di secolare vendetta antiottomana. Un approccio che evidenzia quell’incapacità: un blocco a superare la mitologia di uno stato d’assedio percepito non solo dai nazionalisti serbi, ma estendibile a tutti i Balcani occidentali, frutto di propagande contrapposte. Purtroppo la maggioranza della popolazione serba è stata convinta all’odio radicato per cui trent’anni fa quei criminali vestiti con divise di Belgrado hanno perpetrato una vendetta religiosa contro il popolo musulmano di Bosnia e quindi inneggia a Mladić come fosse un eroe. Peraltro come è avvenuto per i criminali di altre nazionalità ex jugoslave con minor rumore perché l’opportunismo europeo non era “riuscito” a incriminarli.


La trappola del debito U.S.A. e la fuga ponderata dai Treasury

Le mirabolanti promesse sui supposti dividendi di Trump da distribuire al popolo bue e l’evocazione dell’età dell’oro, dimostrano ulteriormente  la patologica distanza dalla realtà dell’amministrazione americana . L’enorme mole del debito pubblico arrivata alla mirabolante cifra di 40000 miliardi di dollari inchioda a ben altra prospettiva la gang trumpiana e promette un futuro disastroso per il popolo americano che non si fa irretire dalla fatua promessa dei 5000 dollari che ricorda tanto i pacchi di spaghetti e le scarpe spaiate del comandante Lauro di partenopea memoria .
Con il professore Alessandro Volpi ,economista e collaboratore del mensile “Altraeconomia” parliamo della fuga ponderata da parte delle banche centrali e dei fondi dai Treasury americani il cui rendimento decennale ha raggiunto quasi il 5%, generando una mole d’interessi insostenibile per il Tesoro americano.
L’aumento del valore delle riserve auree detenute dalle banche centrali ha superato quello degli asset in dollari, cosa che non accadeva dal 1965, a causa della vendita dei Treasury e del contestuale rafforzamento del tallone aureo. Sembra essere tornati all’era del gold standard, ma senza il dollaro, altro segnale di diffidenza verso il debito americano è stata la manovra da parte della banca centrale francese e quella olandese di trasferire a Londra ingenti quantità d’oro depositate fino ad allora negli Stati Uniti. Il buyback da parte del Tesoro americano di Treasury a lunga scadenza per 6 miliardi di dollari e l’operazione di questa estate a sostegno dello yen al fine di non far liquidare dalla banca centrale giapponese le posizione in dollari a difesa della moneta nipponica, dimostrano molto nervosismo e preoccupazione da parte del Tesoro americano . L’incoerenza comunque regna sovrana visto che a fronte del buyback la Federal reserve annuncia che i tassi rimarranno stabili creando un cortocircuito che renderà l’operazione di riacquisto un boomerang per Scott Bessent che rischia secondo alcuni  analisti di aver fatto il passo  più lungo della gamba.
Anche i grandi fondi globali come Blackrock sembrano caduti nella trappola del debito americano che devono finanziare per sostenerlo ma al contempo alimentare anche la bolla speculativa dei mercati azionari dominati dalle big tech iperindebitate . Con la liquidità che non sembra sufficiente e quindi ad indebitamento con tassi crescenti il sistema va verso il punto di rottura mentre a Nuova Delhi i Brics assistono al tramonto dell’eccezionalismo del dollaro pronti ad accelerare il processo  di dedollarizzazione globale.

Altro da I Bastioni di Orione