EastMed dal Caucaso all’Adriatico. Conseguenze andine dell’Honduras Gate
giovedì 11 giugno 2026

Prendendo spunto dalla tornata elettorale armena, Simone Zoppellaro analizza la vittoria di Pashinyan utilizzando lenti endogene alla società di Erevan. E così si riesce a inquadrare il nazionalismo, il rifiuto della nomenclatura di oligarchi, il meno peggio rappresentato dal governo di una rivoluzione di velluto ormai sfilacciata, l’incombente condizionamento di diaspora, profughi ed emigrazione giovanile; la collocazione del piccolo stato in una regione contesa e importante per flussi di merci e presenza di risorse ambite ha rappresentato un tema del dibattito, ma soprattutto perché la proposta governativa di ottenere una pace definitiva con Azerbaijan e persino con la Turchia è stato il vero referendum per una comunità stanca di guerre e morti inutilmente immolate a un nazionalismo vecchio che non rappresenta le istanze che la GenZ locale non riesce ancora ad esprimere con forza per la pervasiva presenza di vecchi oligarchi e ormai usurate e repressive ricette della decennale Rivoluzione di Velluto.
Allargando lo sguardo all’intera regione Murat Cinar ha a sua volta inforcato occhiali che consentono uno sguardo “privilegiato” sul Mediterraneo orientale, dove la Turchia – indebolita nel suo tentativo di controllo dalle ambizioni egemoniche di Israele – opera manovre diplomatiche e strategiche per difendere le ambizioni neo-ottomane dal piano di espansione sionista che non solo si sta appropriando della Eretz Israele ma condiziona le scelte politiche di un’area molto più ampia, alternando prassi coloniali a minacce imperialiste, accordi commerciali a invasioni militari dalla Mesopotamia al Caucaso, dal mare cipriota a quello albanese. E intanto Erdogan comincia a temere che il burattinaio, per cui esercitare il controllo sul Mediterraneo orientale, lo scarichi. Questo probabilmente lo porterà in rotta di collisione con l’entità sionista, non solo perché gli interessi collidono. Sempre con l’ossessione che il quadro internazionale possa agevolare l’indipendentismo curdo, acuisce all’interno la repressione, condizionando attraverso una magistratura asservita le dinamiche interne all’opposizione e rallentando il processo di pacificazione con il Pkk.
Ma molteplici sono le tensioni scatenate dalla trasformazione globale scatenata dal cambio di Sistema mondiale data dall’alleanza tra Internazionale nera e oligarchi tecnologici: una particolare attenzione da parte del suprematismo yanqui va al patio trasero. Abbiamo già dato conto del Plan Condor del nuovo millennio e i sommovimenti in corso in modo più evidente in Bolivia, in Perù e vedremo cosa scaturirà dal secondo turno delle elezioni colombiane che decreteranno il successore della parentesi di Gustavo Petro . Per riuscire a trovare la giusta sequenza in cui infilare i molti eventi in corso in quella parte di mondo abbiamo coinvolto Andrea Cegna nel tentativo di comprendere in quali società si sono trasformati i paesi andini e al loro interno quali divisioni territoriali di interessi e comunità le compongono e le attraversano.
Israele si muove da agente coloniale nei “suoi” territori, altrove diventa imperialista

Lo scenario di quanto avviene nel Mediterraneo orientale restituisce una sorta di asse tra Grecia, parte della comunità europea, come Cipro – che però è un’isola che ha una sua parte turca – e Israele, che sta cercando di espandere il proprio colonialismo sul Mediterraneo orientale, che è un corridoio essenziale per il transito delle merci (e delle risorse energetiche) provenienti da est per rifornire l’Europa, evitando di transitare dalla Belt Road Initiative cinese, ma anche dalla Turchia, che, andando in porto EastMed Project verrebbe marginalizzata e la centralità delle sue pipeline ridimensionata. Questa alleanza si è manifestata anche nell’episodio della Sumud Flottilla, dimostrando di quanto si è allargato l’espansionismo dell’entità sionista. E ancora di più vista la penetrazione israeliana non solo sulle coste, ma anche nella regione mediorientale in aperta collisione con i territori il cui controllo Erdogan si è attribuito dopo la guerra siriana e persino in Caucaso, dove i “fratelli” azeri ospitano truppe dell’Idf pronte a invadere l’Iran.
Allora con Murat Cinar abbiamo ripreso il discorso affrontato con Simone Zoppellaro sull’Armenia per vedere la terza elezione di Pashinyan dal punto di vista di Ankara e da lì innestare il grandangolo, per allargare lo sguardo all’intero scacchiere. Intanto Pashinyan è a tal punto pronto ad accogliere qualsiasi istanza di pace provenga dalla Turchia che invita Ankara ad aprire le frontiere (e i mercati) all’Armenia, grazie al lavoro di trasformismo che l’ha portato alla avventura fallimentare della guerra in Nagorno-Karabakh alle aperture attuali; aperture che comprendono anche la continuazione dell’adesione all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva, l’alleanza militare creata dalla Russia con altre cinque repubbliche ex sovietiche (Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e appunto Armenia), nonostante l’indifferenza russa durante la guerra con Baku: una Realpolitik in sintonia con le strategie regionali, dove confluiscono ingerenze israeliane, russe, EU… turche.
I corridoi energetici allargano ulteriormente i protagonisti coinvolti arrivando anche all’India, da cui trae origine tutto (è la nazione che non ha mai smesso di appoggiare il sionismo, tuttora), ma persino l’Egitto ha interessi in questo flusso di gas, che vede lo stato ebraico imporre il percorso degli approvvigionamenti in combutta con l’UE (che non a caso balbetta sul genocidio perpetrato da Netanyahu); e anche sauditi e turchi devono sottomettersi a Tel Aviv nell’ottica trumpiana. Anche se Ankara è tagliato fuori da EastMed e perde centralità; in un momento in cui sia Netanyahu, sia Erdogan intendono vincere le elezioni e rimanere al potere a vita, nonostante l’impopolarità. Raffinati strateghi entrambi: il presidente turco ha investito soldi tempo ed energia, perso consensi nell’occupazione siriana, ma ora il ritorno economico è enorme.
Un ulteriore elemento è quello collegato al mondo curdo che più volte è stato richiamato da Trump nell’ambito della guerra persiana, ma anche dell’intromissione di Erdogan che ha cercato di impedire il coinvolgimento del secondo esercito più agguerrito dell’Iran, da un lato; e dall’altro prosegue il confronto con il Pkk all’interno, che va però a rilento, perché le trattative sono state disattese da parte del governo, mentre l’organizzazione di Ocalan continua ad avere sostegno enorme. Attendiamo un’evoluzione…

In un Caucaso altamente tossico l’Armenia è borderline, ma stanca di guerra

Pashinyan, un rivoltoso di velluto usurato: il “meno peggio” dei vecchi oligarchi armeni
Tre anni fa avevamo lasciato Pashinyan sull’orlo del pensionamento a seguito della perdita dell’Artsakh e del corridoio del Lachin, dove gli azeri avevano sperimentato armi per conto israeliano. Ora l’espansione del potere ebraico in zona è aumentata, gli azeri dimostrano una potenza molto maggiore, la Turchia espande il suo controllo, ma il presidente armeno è riuscito a rabbonire il forte nazionalismo interno con la dottrina dell’“Armenia reale” e quindi farsi rieleggere proponendo come progetto elettorale non solo la pacificazione con Baku ma anche con Ankara. Simone Zoppellaro che abbiamo interpellato spiega questo terzo mandato in particolare come voto contro l’opposizione, costituita da oligarchi; ma non per timore di Mosca, comunque non nella misura che vorrebbero far credere i media occidentali: in fondo è ancora sempre il partner commerciale principale di Erevan.
Il dubbio infatti riguarda le modalità con cui l’Armenia riuscirà a rescindere i legami economici con Mosca, con cui peraltro i rapporti sono continuati e molti renitenti russi sono scappati in Armenia, che è così piccola e senza protettori; è anche vero che la sensazione di essere stati in qualche modo svenduti da Putin quando l’Azerbaijan si è ripreso il Nagorno-Karabach (Artsakh per gli armeni), visto che i militari russi si sono soltanto interposti a sancire la riconquista del territorio da parte di Baku. Sicuramente l’importanza del risultato delle elezioni non risiede nel maggiore o minore sostegno a una politica di allontanamento dalla Russia, come rimarcato esageratamente dalla stampa mainstream occidentale, invece Simone Zoppellaro pone in evidenza altri aspetti più sostanziali del consueto approccio eurocentrico, compresa la penetrazione di India e Cina che si sono affacciate sul mercato armeno; l’intrusione sionista in Azerbaijan in funzione antiraniana; gli armeni della diaspora non hanno avuto molta voce in capitolo, mentre i 100.000 profughi dell’Artsakh hanno chiaro anche il tradimento di Putin (che peraltro da tempo faceva il doppio gioco e Aliyev ha sicuramente un interesse maggiore che non la piccola e povera Armenia), d’altro canto invece a suo detrimento il governo di Pashinyan si caratterizza per una forte repressione di oppositori e soprattutto intellettuali, ma anche nei confronti della chiesa ortodossa e dei militari – e questo in un paese diviso che vede esercito e preti perseguiti, potrebbe aiutare colpi di mano violenti da parte russa: è un rischio; però pur essendo un paese fratturato non si può ascrivere esclusivamente ai filorussi la rappresentanza dell’opposizione. E dopo le elezioni si preannuncia un ulteriore giro di vite. Che però era una prassi ancora più restrittiva e tossica quando l’opposizione era al potere prima di Pashinyan.
Ma poi comunque l’atteggiamento più cinico è quello dell’Europa, che arriva persino a promettere un rapido ingresso nella Comunità, ben sapendo che non potrà avvenire, se non dopo molti altri pretendenti bloccati sulla soglia.
In un Caucaso altamente tossico l’Armenia è borderline, ma stanca di guerra
Simone conosce molto bene e di persona l’area, dove ha vissuto e conosce molti giovani attivi e capaci di inventare una GenZ anche per l’Armenia. Per ora è rimasta impigliata nelle contraddizioni e nel vecchiume che blocca il paese, ma c’è una qualche speranza di riscatto e cambiamento. Nonostante la diaspora anche di giovani preparati in fuga.

L’ America andina tra elezioni in bilico e rivolte,Perù e Bolivia

Le elezioni in Perù ci restituiscono un paese frammentato in cui le divisioni storiche fra la sierra e la costa si ripropongono in un “empate” tecnico che non fa emergere un chiaro vincitore fra la figlia del dittatore Fujimori ,Keiko ,che si ripresenta per la quarta volta e Roberto Sanchez ,candidato della sinistra . Un paese altamente instabile dove il Senato costituisce un crogiolo d’ interessi inconfessabili e di corruzione che ha “impallinato” i vari presidenti peruviani. C’è anche un retaggio delle manifestazioni della generazione “z” che hanno scosso il paese nell’ottobre dello scorso anno ,si sono azzerate le opzioni moderate e Sanchez rappresenta ora le masse contadine che non condividono la crescita economica e spaventano la sinistra salottiera di Lima. Una campagna elettorale che da parte della destra ha agitato ancora i fantasmi del senderismo mentre l’eredità della dittatura di Fujimori ancora intossica lo spazio pubblico in un paese dove le ferite della repressione contro la guerriglia di “Sendero luminoso” non sono ancora rimarginate. L’altalenante andamento dei risultati che ogni giorno, con il 98% delle schede scrutinate ,indica uno dei candidati in vantaggio con uno scarto risicato di una manciata di voti ,fa presagire future accuse reciproche di brogli e una difficoltà nel mantenere in equilibrio il sistema .L’apparato mediatico legato agli interessi dei mercati internazionali grida al pericolo di una vittoria di Sanchez, che con il suo programma di redistribuzione dei vantaggi della crescita economica potrebbe mettere in discussione i profitti delle élite di Lima . Il nostro sguardo va anche alla Bolivia dove la proclamazione dello stato d’assedio da parte del presidente Rodrigo paz dopo oltre 40 giorni di cortei e blocchi stradali contro il governo da parte del movimento di protesta operaio, contadino e indigeno, rischia di far precipitare ulteriormente la situazione. A differenza della vecchia norma, che attribuiva a militari e agenti di polizia la responsabilità penale delle loro azioni, quella nuova ripristina il diritto di uccidere e la garanzia di impunità. La rivolta della società boliviana trova alimento dalla memoria collettiva di altre sollevazioni come la guerra dell’acqua nel 2000 a quella del gas nel 2003, fino alla resistenza al golpe del 2019, per citare solo le lotte più recenti . Si assiste anche ad una crescita dell’auto organizzazione della resistenza popolare in cui settori di contadini, lavoratori informali e precari si stanno sovrapponendo ai leader tradizionali scavalcando anche la dirigenza della Central Obrera Boliviana ,il maggior sindacato del paese. Hanno sconfessato qualsiasi negoziato condotto alle loro spalle da dirigenti sindacali e comunitari, rivendicando come unica soluzione reale la rinuncia di Rodrigo Paz eletto solo sette mesi fa . Gli rimproverano di aver tradito le aspettative che pure avevano riposto in lui ,votandolo anche contro le divisioni all’interno del MAS. il partito di Morales e di una sinistra sempre più divisa. Emerge in Bolivia anche una storica visione coloniale e razzista da parte delle élite bianche che con Paz hanno ripreso il potere dopo i governi di Morales ,agita contro la mobilitazione di una parte maggioritaria della popolazione boliviana che non è di origine spagnola ,bianca e benestante. Ne parliamo con Andrea Cegna giornalista esperto conoscitore dell’America Latina .




