I Bastioni di Orione

Cosa capita quando si scatena una guerra senza un obiettivo se non il caos?

domenica 8 marzo 2026

Abbiamo tentato di analizzare sia nel dettaglio locale, sia a livello planetario, di capire strategie, alleanze, coinvolgimenti e di conseguenza quali trappole sono scattate e quali attendono i protagonisti di questa situazione di guerra globale conclamata, che non può che condurre a un profondo cambiamento degli equilibri fin qui conosciuti. Dopo che i nuovi aggressori a 4 anni esatti dall’Operazione militare speciale di Putin hanno scatenato l’arsenale contro l’Iran, considerando il momento propizio, salvo poi accorgersi che si erano avventurati senza un reale obiettivo se non di scatenare la guerra, né un Piano B nel caso l’aggredito non capitolasse immediatamente. Con Laura Silvia Battaglia abbiamo esaminato soprattutto le potenze regionali del Golfo e i loro rapporti con l’impero persiano, nonché il contenimento della Eretz Israel con il ravvedimento saudita a proposito degli Abrahams Accord e il futuro dei corridoi anticinesi da questi rappresentati; a Murat Cinar abbiamo chiesto di approfondire ovviamente il coinvolgimento del mondo turcofono, ma anche e soprattutto spiegarci quale ruolo potrebbe avere senso che svolgesse il popolo curdo, prendendolo per assurdo come un corpus unitario nei suoi diversi mondi di riferimento e con le sue esigenze di alleanza per la sopravvivenza nel momento in cui certe testate fasciste tentano di avvallare un arruolamento inesistente di milizie curde in Rojhilat, appena tradite da Trump in Rojava; con Stefano Capello abbiamo messo il grandangolo per cogliere gli aspetti globali, accorgendoci che, in qualunque modo finisca il tentativo bellicoso e avventurista di rallentare la decadenza dell’egemonia americana, proprio per il fatto che immagina di annientare potenze regionali anche medie rivali, non può ottenere che il disfacimento del proprio stesso sistema. E la Cina sta a guardare…


Abbiamo cercato di inquadrare il conflitto diventato mondiale con l’attacco yankee-sionista alla repubblica islamica iraniana applicando innanzitutto un punto di vista regionale, per allargare poi alle conseguenti strategie geopolitiche perseguite dalle grandi potenze; e per fare ciò non potevamo che avvalerci delle competenze relative alla politica e cultura della regione che possiede Laura Silvia Battaglia, giornalista, voce di “Radio3 mondo” e animatrice del progetto su Instagram “Golfi_Khalij”.
Abbiamo dunque iniziato con i malumori dell’Arabia Saudita, impegnata da qualche anno a ricucire relazioni con l’Iran e aveva tentato di dissuadere Trump dal cadere nella trappola di Netanyahu, che ha portato alla sconfessione degli Abrahams Accord dopo le aggressioni sioniste.
Allargando di un primo step il grandangolo si riesce a distinguere il processo perseguito in decenni di creazione di stati disgregati in un coacervo di comunità tribali una contro l’altra armate: il divide et impera coloniale funzionale alla creazione secondo il racconto biblico di un impero giudaico dal mare all’Eufrate. Laura Silvia fa rilevare che l’unico paese del Golfo ad adeguarsi ai diktat dell’imperialismo turbocapitalista applicato è Dubai, che infatti sono stati maggiormente bombardati dai missili iraniani.
Su questo s’innesta il progetto di creazione dei corridoi logistici dall’India al Mediterraneo, ridisegnando il Sudovest asiatico con al centro la potenza militare di Israele, che non può non passare attraverso la frantumazione di tutta la Mezzaluna sciita, Iran compreso. Attraverso questo aspetto si coglie come l’attacco a Teheran comporta un danno all’approvvigionamento cinese.
Forse, se il regime sciita riuscirà come nei primi giorni a resistere e rispondere e l’impantanamento sarà compiuto, da parte soprattutto statunitense non si sono fatti i dovuti calcoli, benché ci si potesse aspettare tutto: il blocco del chokepoint di Hormuz e l’urgenza nell’imbarcare persino il tentativo di coinvolgere i curdi iraniani e i peshmerga iracheni stavolta, un’operazione che potrebbe riuscire nelle province del Kurdistan, anche se il sentimento antiamericano rimane forte pure lì, ma permane il ricordo delle accuse di terrorismo rivolte dal potere degli ayatollah; sicuramente nel cuore dell’enorme paese persiano non sfonderebbe nemmeno la capacità dei i soliti sacrificati curdi. Sono la legna da ardere per riscaldare i comodi salotti dei padroni del pianeta, per poi buttare le loro ceneri. Com’è avvenuto sempre nella storia del martoriato popolo curdo. E com’è avvenuto recentemente in Siria, nella lotta contro i jihadisti dell’Isis. Bisogna considerare il forte senso di appartenenza alla cultura e alla storia dell’Impero persiano da parte degli abitanti dell’intera estensione del paese.
Infine abbiamo colto attraverso lo studio delle descrizioni della stampa internazionale la condizione di propaganda bellica su cui si è allineata l’offerta mediatica, sempre più esponenziale fin dalla guerra ucraina e poi gazawi. Ora la situazione è peggiorata ulteriormente, con la moltiplicazione degli agenti inquinanti provenienti da fake news diffuse pure da testate giudicate attente ed equilibrate.


La millenaria cerniera tra mondo occidentale e Oriente, correndo dai golfi del Mar Arabico ai mari del Caucaso, ha visto mutare confini, registrare divisioni e annessioni, raccontare guerre globali (da quella mitologica di Troia a quelle petrolifere del Golfo); le culture e tradizioni delle comunità che vi abitano rimangono sullo sfondo e le loro divisioni vengono sfruttate dal colonialismo e imperialismo occidentale, che contende le risorse e i corridoi commerciali della regione all’impero persiano da sempre. Murat Cinar, intellettuale e giornalista esperto di Sudovest asiatico, nato sulle sponde del Mediterraneo orientale, ci aiuta a comprendere alcuni tasselli di questo nuovo conflitto globale, le sfaccettature maggiormente collegate al mondo turcofono.
Il ruolo della Repubblica di Turchia è da qualche anno di mediazione, ma spesso ha svolto nei confronti della Repubblica islamica quello di partner e rivale, con una rivalità che da 300 anni non vede conflitti armati, dovute a reciproche dipendenze. Altro elemento importante è il fatto che Erdoğan è ricattabile da Trump per serie di scandali e mosse avventate, questo accentua ulteriormente l’equilibrismo del regime di Ankara, che vede anche tutti i paesi del golfo in qualche modo collegati e con “interessi” investiti in Turchia (commercio e finanza), compresa l’Arabia Saudita – negli ultimi anni riavvicinatasi per fare buoni affari militari e di intelligence. Un ennesimo aspetto non secondario è l’importanza della Repubblica turca all’interno della Nato.
Tutto ciò spiega la pacatezza che impronta le reazioni alle provocazioni provenienti dall’Iran in materia di attacchi a basi americane in sorvolo del paese degli ayatollah, peraltro la trama si infittisce se si pensa che il paese fratello della Turchia non ha mai smesso di pompare petrolio verso lo Stato ebraico. Inoltre l’enclave di Nahcivan – essenziale per unire Turchia e Azerbaijan (ma anche l’oleodotto per Israele) – è proprio quella contesa, il cui aeroporto è l’unico territorio turcofilo bombardato dagli iraniani; e sul corridoio di Zengezur avevano rivolto l’attenzione gli americani come Cavallo di Troia per entrare in Caucaso ad agosto: i bombardamenti dei pasdaran sono tutti mirati e rispondenti a logiche precise.
Murat, sollecitato a spiegare quale può essere la scelta di schieramento dei curdi in Rojhilat – appena scottati dall’ennesimo tradimento americano in Rojava –, coglie atteggiamenti anche razzisti verso il popolo curdo, che sta cercando di piegare a proprio vantaggio una situazione cangiante e molto variabile e che li vede sempre perseguitati da quegli stati (ancora legati alla retorica panarabista del baathismo) in dissoluzione sotto la spinta sionista, e che temono di smembrarsi più velocemente se i curdi dovessero ottenere autonomia. Ora le testate sovraniste americane cercano di dare per scontato il coinvolgimento filoamericano dei curdi, in realtà ci sono mille sfumature di curdi soprattutto in Iran: Komala, Pjak… alleanze tra 5/6 gruppi diversi di cui non si hanno certezze: il nostro interlocutore ci illustra con precisione le attuali posizioni che vedono sia chi appoggia il regime, chi pensa di agevolare il tracollo del sistema e anche chi non sta né con un nemico né con l’altro; e poi ci sono i peshmerga iracheni di Barzani. E questo raddoppierebbe il caos, l’estensione del conflitto e… una nuova ondata di profughi in Turchia, stavolta non più siriani.


Manca il Piano B e ora che si sono infilati nella guerra forse gli aggressori dell’Iran cominciano a rimpiangerlo. E sono finiti i giochetti
L’egemonia economica e politica degli Usa sul mondo non può ormai che essere spartita con altre potenze e un’amministrazione nazionalista e sovranista come quella trumpiana cerca di invertire il flusso della storia e si trova a cercare di provocare reazioni da parte cinese che potrebbero disarticolare l’equilibrio che sta mantenendo reale lo sviluppo economico che sostiene l’impero del Partito comunista cinese; Stefano Capello ci spiega che è inutile dire che la partita che sta giocando Pechino sembra si svolga su un’altra scacchiera rispetto a quella militare su cui si muove scompostamente (e ferocemente) Trump e il suo sodale Netanyahu. A questo l’Iran sta resistendo in qualche modo, e se dovesse farcela a non capitolare per un certo periodo, poi l’impantanamento sarebbe esiziale per gli americani, come lo è stato per Putin la resistenza ucraina, drogata dall’appoggio europeo e dalle forniture di Biden.
D’altro canto la vietnamizzazione di un conflitto con soldati statunitensi sul terreno è l’incubo che trattiene dalla completa esasperazione del conflitto un presidente divenuto tale, perché irrideva le guerre mediorientali dei Bush e ora si trova interi settori Maga, che gli hanno dato il mandato, scontenti che mettono in discussione la stretta relazione con il sionismo. Tanto che all’interno dell’amministrazione americana sono ora i neocon di Rubio a indirizzare la politica internazionale. E il marchingegno messo in atto per far esplodere tutta l’area accende attorno al fulcro della crisi anche molti altri focolai di crisi: curioso in particolare come sia esploso il contiguo conflitto afgano-pakistano, che esibisce ancora meglio gli schieramenti, visto che Modi – stretto alleato di Netanyahu – si pone al fianco dei talebani in funzione antipakistana, laddove Islamabad si è schierata con l’Iran ed è alleata della Cina, ma ha stretto un’alleanza con i sauditi, che si sono cautelati con l’ombrello nucleare pakistano. E in questo quadro va inserito il fuoco di sbarramento non troppo incisivo sui vicini arabi e turchi potenzialmente interventisti: una deterrenza fondata sul preavviso, il “colpetto”, come lo definisce Stefano Capello, seguendo la terminologia militare.
Una mossa da perseguire per Trump è quella di strozzare l’economia cinese detenendo il tubo della pompa di benzina, per mantenere la centralità nel potere economico, che è fondamentale per detenere gli investimenti che coprono il debito americano. Infatti un’eventuale implosione del sistema cinese trascinerebbe l’intero sistema globale, compresa l’economia americana, e dunque non è pensabile una guerra diretta, né apertamente commerciale, né tantomeno un conflitto che non si limiti a ridimensionare soltanto l’occupazione dei mercati mondiali, facendo recedere l’espansione “pacifica” cinese. Peraltro al governo cinese interessa maggiormente – anche solo per un semplice calcolo matematico – mantenere la bilancia commerciale con gli Usa decisamente a proprio favore, piuttosto che difendere stati alleati importanti come fornitori di energia, ma in qualche modo sostituibili. Invece è l’Occidente e in particolare l’Europa a importare una nuova “crisi petrolifera” grazie anche a meccanismi che agganciano il costo al consumo dell’energia al prezzo del gas alla borsa internazionale, a prescindere da stoccaggi e potenziali autonomie temporanee, comprese le produzioni di energie rinnovabili agganciate per legge .

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