Imperialismo tecnocratico, estrattivismo nel paradiso patagone, necropolitica messicana
sabato 28 febbraio 2026
Questa puntata di Bastioni di Orione si sviluppa attraverso un filo rosso dato dalla riconfigurazione del sistema capitalistico statunitense e del potere trumpiano che salda politica, tecnologia e rendita: un nuovo assetto di potere che agisce come una “piattaforma” e si muove globalmente secondo questa logica di rete. Con Andrea Fumagalli abbiamo preso spunto dalla momentanea battuta di arresto prodotta dalla bocciatura della politica dei dazi di Trump da parte della Corte suprema per analizzare modalità e strategie economico-finanziarie di questa amministrazione e prospettive per la spaventosa crisi del sistema economico americano.
Parte essenziale della politica trumpiana è l’estrattivismo (ricordate “Drill, baby… drill!”), il furto di risorse, ma soprattutto sottrarre energia fossile al fabbisogno cinese. Nel caso dell’Argentina di Milei Simone Ogno di “ReCommon” ci ha testimoniato la situazione della zona della Peninsula Valdés, dove vengono sciorinati tutti i peggiori danni provenienti dallo sfruttamento intensivo di un territorio sottratto all’equilibrio assicurato dalle popolazioni indigene, fuori dalla insensata cupidigia capitalistica.
Facile a questo punto agganciare alcune analisi sulle riforme del presidente anarcocapitalista di Buenos Aires; da cui poi ci siamo spostati in Perù, dove ci spiega Diego Battistessa che il nuovo presidente (il nono in 8 anni), in forza al centrosinistra, è un vecchio coperto di rinvii a giudizio e che difficilmente arriverà oltre giugno, collocato lì da un parlamento corrotto che si perpetua, impallinando presidenti e soffocando ogni istanza popolare. La medesima cittadinanza alla mercé delle manovre delle autorità messicane e del suo apparato di forze militari e paramilitari, colluse con i Narcos e con l’ingombrante vicino gringo, facendoci tornare di nuovo al di là del Rio Bravo, dove avevamo iniziato con l’attivismo trumpiano (che il giorno dopo la nostra trasmissione ha nascosto gli Epstein files e il disastro economico sotto le bombe filosioniste con cui pretende di risolvere il problema iraniano.
Gli eventi mediatici e i percorsi strategici fatti emergere dalla comunicazione della rivoluzione trumpiana consentono approcci diversi per analizzare il tentativo in progress dell’amministrazione americana di creare nuovi assetti di potere e anodine saldature tra tecnologia, rendita, potere e organismi di controllo federali. Con Andrea Fumagalli si è scelto di prendere spunto inizialmente dal parere della Corte suprema sull’imposizione arbitraria dei dazi che dal 2 aprile Trump ha imposto al mondo, piegando una legge emergenziale del 1977 a un’interpretazione illegale che giuridicamente era inevitabile venisse sanzionata; ma forse si tratta della prima impuntatura di un potere separato chiamato a controllare le forzature di un esecutivo imbelle. Infatti tutti gli altri organismi e stakeholder sono stati cooptati dalle manovre di quella tecnocrazia che è la grande famiglia Trump e dei suoi accoliti.
Il primato geopolitico si muove su più livelli: tecnologico, logistico, finanziario (unico su cui gli statunitensi detengono ancora la primazia) e quello energetico è oggetto di particolare attenzione più per evitare approvvigionamenti ai cinesi che per particolare bisogno di rifornimenti per l’economia americana. Quella che è a rischio è la stabilità economica statunitense: la bolla potrebbe scoppiare in qualsiasi momento; la crescita è stata inferiore rispetto a quella dell’anno precedente e la politica dei dazi ha mantenuto alta l’inflazione – due dati taroccati dal presidente durante il Discorso sullo stato dell’Unione (e più Trump alza i toni e più significa che la situazione è preoccupante) – tanto che l’amministrazione cerca di affidarsi alla maggiore circolabilità degli stablecoin per mantenere al centro la stabilità monetaria del dollaro, a cui si aggancerebbero le criptovalute legate ad asset finanziari meno volatili dei Bitcoin, che possono proteggere la valuta americana creando un oligopolio finanziario che resiste alle pressioni sul dollaro che rischiano una nuova Bretton Woods.
Trump intende rientrare dalla spinta inflazionistica con interventi imperialistici, diminuendo la stretta sui tassi di interesse che è il motivo del contendere con la Fed, organismo di controllo messa al servizio con la nuova nomina del suo presidente; solo che adesso la fonte di inflazione non è più l’approvvigionamento energetico, ma paradossalmente sono proprio i dazi, da cui avevamo iniziato questa chiacchierata.
Lo stato serve in quanto funzionale all’ideologico processo di accumulazione che nasconde dietro l’illusione dello sgocciolamento reaganiano il sostegno a fondo perduto a imprese esclusivamente dedite al loro profitto: lo stato è una stampella che entrando nel capitale delle aziende (come gli Usa hanno fatto con Intel, Nvidia, Trilogi Metals) vuole più accedere alla greppia, che gestirne il controllo, dimostrando di essere a traino delle aziende più rappresentative dell’accumulo di capitali, un supporto al capitalismo privato della tecnocrazia. Mentre invece lo stato in Usa è chiamato a svolgere esclusivamente funzioni penali, coercitive e militari e anche in questo senso diventa solo un distributore di denaro ad aziende belliche e armiere, a cui è demandata pure in ambito scientifico la ricerca applicata (quella che trae profitto), mantenendo a livello statale la ricerca tecnologica di base (in questo periodo in particolare su Intelligenza Artificiale, Big Data e anche sul genoma): per preparare la guerra ci vuole uno stato investitore. Poi le catene di strategie si intrecciano in modo non casuale e non è certo sorprendente che le due aree in cui Trump ha scatenato nuove guerre gravitano attorno al Venezuela e all’Iran, due dei maggiori produttori di energia fossile, e così ritroviamo lo spunto legato alla sottrazione di risorse alla Cina, incrociato nella disamina dei primati sui livelli geopolitici. E qui si evidenzia la nuova esigenza imperialista di gestire il Sudamerica come patio trasero, dove comunque sul livello logistico la Cina sopravanza gli Usa.
«Nella maggior parte dei sistemi giuridici oggi operanti la Natura e tutti gli esseri che la compongono esistono solo come “risorse naturali”» così scriveva “Comune.net”.
Abbiamo interpellato Simone Ogno di “ReCommon”, che ribadisce come già prima di Milei il governo argentino per fare cassa aveva rintuzzato la capacità della legge 3308 imposta nel 1999 dalle lotte dei mapuche per disinnescare l’estrattivismo nell’oasi ecologica della Peninsula Valdés; non esiste ora argine alla devastazione del sovranista con la motosega e della compagnia energetica nazionale Yacimientos Petrolíferos Fiscales (Ypf), specializzata nello sfruttamento, l’esplorazione, la lavorazione, la distribuzione e la vendita di petrolio e dei suoi derivati.
Una rappresentanza di “ReCommon” a dicembre ha voluto andare a vedere da vicino il coacervo di tutti i possibili delitti contro l’ambiente, saccheggi imperialisti, espressione del peggior capitalismo fondato sul fossile e sulla mancanza di rispetto delle comunità indigene del golfo San Matiás: incendi di ettari di foresta, lo stoccaggio di rifiuti tossici, lo spreco di ogni risorsa d’acqua di un territorio già idricamente povero con il fracking (e quel che rimane di risorse idriche è dato in gestione a Israele), minerali da estrazione verde (energia eolica e solare, che serve a interessi “particolari”); ma anche mazzieri e personaggi di sindacati gialli a impedire contestazioni e nelle fasi di consultazione pubblica. Non manca nulla nel disastro della Patagonia settentrionale argentina!
L’affossamento della legge 3308, già ridimensionata nel 2022 per avviare il progetto Lng e trasformare un’economia fondata sulla pesca lungo le coste e l’agricoltura nella zona andina, è stata la precondizione nel 2024 all’implementazione del Régimen de Incentivo para Grandes Inversiones (Rigi) nella provincia di Río Negro. Approvato nel 2024, il Rigi è un impianto normativo che offre una vasta gamma di incentivi per attirare investimenti esteri in vari settori strategici, a partire dal comparto estrattivo, e inoltre azzerare il deficit. Siamo di fronte a una serie di progetti mastodontici associati a energie estreme i cui impatti sociali, ambientali e territoriali sono devastanti per i territori, le popolazioni e le economie locali, che attraverso Ypf coinvolgono Shell, Total, Eni… i soliti noti. Ma tanto il rischio è azzerato, perché sono coinvolti anche asset di credito pubblico pronti a coprire qualsiasi mancanza di profitto o rimborso di eventuali minusvalenze. E così nella partita di giro diventano creditori le multinazionali del petrolio e del gas, a loro volta garantite da soldi pubblici.
In Argentina l’attacco alle condizioni di lavoro con la riforma voluta da Milei disarticola la legislazione peronista lasciando il sindacato fuori gioco .Forte dell’assegno in bianco di Trump e sostenuto dai signori dell’algoritmo che ben sanno come distrarre l’opinione pubblica (il caso dei “therians” scoppiato in Argentina proprio nei giorni della riforma ) Milei completa la ristrutturazione neoliberista nonostante l’opposizione sociale .
Le classi sociali subalterne sono state disarticolate e colpite dalla repressione ,molti sono andati via dal paese mentre il governo ha promesso di cancellare tutto quello che ha fatto il peronismo negli anni passati . Si ritorna al 1800 ripetto alle condizioni di lavoro, l’ Argentina si definisce come laboratorio del neoliberismo per le élite tecnocratiche nordamericane che riconoscono un nesso fra il libertarismo americano e le pulsioni anarco capitaliste .
In Perù il presidente Balcazar che ha 13 denunce da abusi di autorità,corruzione a traffico d’influenze è l’ultimo presidente di una serie di capi di stato azzoppati dal Congresso vera palude che detiene il potere di veto sulla presidenza grazie ad una legislazione ambigua che permette la destituzione per indegnità ,definizione alquanto vaga. Il Congresso che ha una percentuale altissima di persone già condannate,ha scelto come presidente Balcazar, una persona che sa muoversi nella politica peruviana ,la prima cosa che ha detto è che non darà l’indulto a Pedro Castillo .L’economia peruviana è riuscita a diversificarsi e a costruirsi su alleanze internazionali con una certa continuità mentre l’instabilità politica costituisce un male endemico peruviano .
In Messico ,l’esecuzione di el Mencho apre un periodo di profonda instabilità in seguito alla lotta di successione all’interno del cartello di Jalisco nueva generaciòn .Anche i rivali del cartello di Sinaloa tenteranno di acquisire vantaggi e potere ci si chiede se in questo contesto il paese riuscirà a mantenere la stabilità .La tempistica dell’operazione che ha portato alla morte di el Mencho è stata decisa a Washington e i vertici dello stato messicano sembrano subire una situazione dagli esiti imprevedibili. Dopo la morte del Mencho la Sheinbaum si mostrava preoccupata ,sa che quello che sta per arrivare supera le capacità delle forze armate messicane. Ci sarà una scia molto lunga d’instabilità dagli esiti incerti.
Ne abbiamo parlato con Diego Battistessa docente universitario ed analista politico esperto di Latinoamerica.
