I Bastioni di Orione

L’Africa delle stragi: dall’infamia italiana del 1937 alla fucina bellica sudanese. Rivolte tradite tra Dacca e Yangon

sabato 21 febbraio 2026

Questa settimana I Bastioni di Orione completano l’ascolto dell’incontro con Emanuele Giordana: questa volta passiamo le sue considerazioni sui motivi e le conseguenze della tornata fintamente elettorale tenutasi a Naypyidaw e in poche altre città birmane, mentre nei due terzi della nazione multietnica la guerra imperversa su livelli diversi, a seconda degli interessi delle singole comunità, con l’imperversare dell’aviazione di Tatmadaw a impedire il tracollo della giunta di Tsai Ming Hlaing, sostenuta – o comunque non lasciata crollare – dagli interessi cinesi, er il momento decisi a congelare la situazione birmana.
L’altro argomento di cui ci aveva parlato Emanuele il 12 febbraio era l’imminente elezione in Bangladesh che ha visto il definitivo tradimento della rivolta che ha defenestrato Sheikh Hasina, mettendo nei guai Modi, che ha cercato di intromettersi uccidendo l’icona della rivolta , ottenendo la vittoria del partito nazionalista Bnp che puzza di restauro dello status quo, in qualche modo…

Buona parte della puntata è trascorsa in Africa, tra la ricorrenza del massacro perpetrato dal viceré Graziani – mai come quest’anno da rimeditare – in un’Etiopia indomita sotto l’occupazione assassina dell’impero fascista; ovviamente il governo nostalgico attuale ricorda solo i suoi criminali camerati morti e non ha banfato sulla strage del 19 febbraio 1937. Lo abbiamo fatto noi con Matteo Dominioni, storico e docente del periodo coloniale.
Abbiamo a lungo raccolto la lucida e precisa analisi del conflitto sudanese, che si sta espandendo in ogni direzione del Continente , che ci ha offerto Marco Trovato, direttore di “Africa Rivista”, di ritorno da un intrepido viaggio in Kordofan. Risultano chiari dal suo racconto i vari livelli su cui si combatte questo conflitto che vede schierati ai due lati della disputa tutte le grandi potenze, che appoggiano e riforniscono i contendenti, vi è poi un livello locale che coinvolge le potenze locali e le guerre dell’Africa orientale, oltre alle alternanti adesioni delle milizie locali che appoggiano ora Hemedti, ora al Burahn.


Blocchi ideologici impediscono serie riflessioni sull’ignobile avventura italiana in Etiopia

Il momento per gli studi storici non potrebbe essere più difficile: gli archivi sono artatamente chiusi, il revisionismo occupa tutti i canali, la sordina è applicata ancora di più alla ricerca scientifica – le viene preferita la sottile arte della vacuità da influencer di politici superficiali e populisti. Così a fronte di una strage fascista, rivendicata, istigata, organizzata dal regime mussoliniano, tutte le attenzioni vengono spostate su episodi ininfluenti, già registrati e collocati negli ultimi 80 anni nella loro collocazione storica finché la voglia di vendetta di una Destra portata al potere dal venir meno della vigilanza antifascista da parte delle forze progressiste, complici e corree nella scelta omertosa di non consegnare i criminali italiani, la cancellazione di tracce (la filiera dei gas usati e su cui tutti tacquero).
Perciò ci siamo rivolti a uno storico che da vari decenni si occupa dei misfatti del ventennio fascista in particolare nel Corno d’Africa: Matteo Dominioni cerca di ricondurci a termini, parole, testimonianze, analisi, dati e documenti scientifici, attraverso i quali poter ricondurre a una ricostruzione il più possibile veritiera e al conseguente giudizio sulla invasione, occupazione e poi la postura coloniale, che coinvolse un milione di italiani. Su tutti spicca il criminale di guerra Graziani.

Lo abbiamo interpellato il 19 febbraio, cioè “Yekatit 12”, come gli etiopi chiamano il loro giorno della memoria, di quel 1937 in cui sono stati uccisi tra 4 e 20 mila abitanti del Corno d’Africa per mano degli occupanti italiani aizzati dagli alti ranghi militari, da Graziani e da Mussolini stesso che ordinavano: «Si uccide troppo poco!». Una enorme caccia all’uomo nero scatenata a casa sua da invasori e occupanti feroci; qualcosa di peggio di colonizzatori, piuttosto brutali assassini razzisti che hanno ordito una strage, giorni di orrore e terrore per tutti quelli con la pelle sbagliata. E gli eredi di quella parte già giudicata dalla Storia fanno carte false, fabbricando una storia revisionata e miope.
Complessa anche la memoria etiope, parcellizzata e utilizzata da identità diverse: divisioni tra appartenenze diverse e opportunismi collegati dalla ricostruzione storica tra collaborazionisti e partigiani, tra oromo e amhara, tra eritrei ed etiopi, ascari e resistenti. Il risultato è un modo diverso di partecipare al ricordo dello Yekatit 12.


Due elezioni in Sudest asiatico hanno visto sancire l’impossibilità di ottenere alcun cambiamento. Rispetto al feroce regime militar-affaristico in Myanmar, dove si è visto festeggiare un lustro dal golpe contro il governo di Aung san suu chi  e la restaurazione del sistema in cui una generazione di giovani aveva sperato; e rispetto a un sistema che mantiene le solite oligarchie dinastiche al potere in Bangladesh, nonostante sia trascorso poco più di un anno dalla imponente rivolta che ha portato alla cacciata di Sheikh Hasina.
Di entrambi ce ne parla Emanuele Giordana, impegnato nel suo consueto annuale studio delle società asiatiche e dei loro cambiamenti, che si è spinto fino ai confini birmani, raccogliendo informazioni e mettendo insieme conoscenze, differenze tra comunità e milizie, municipi più o meno indipendenti rispetto alla giunta golpista che ha ovviamente dichiarato la vittoria nei seggi disertati da tutti (compresi gli osservatori internazionali) ma che controlla solo un terzo del territorio e delle risorse. Il resto è guerra aperta con le forze di difesa popolare che continuano a conquistare posizioni strategiche. Risulta un territorio bantustizzato tra karen, shan, wa (i filocinesi che gestiscono il traffico di armi), arakan… La Cina sembra aver optato per un attendismo che congela la situazione birmana. E l’India tenta di migliorare le sue relazioni sia con la giunta birmana, sia in quel Bangladesh dove con la fuga di Hasina ha perso il controllo del paese.  

Infatti ritroviamo esattamente 18 mesi dopo il racconto esaltante della rivolta di Dacca un paese normalizzato, dove il movimento giovanile – dopo che è stata ammazzata la giovane icona Sharif Osman Hadi (poeta 31enne) da sicari di Modi, preoccupato di non poter più contare sulla fedeltà della giovane nazione bangladese – si è avvicinato a Jamaat-e-Islami e questo gli ha alienato le simpatie delle donne e anche dei non musulmani, non ancora pronti ad accogliere la minoranza dopo l’indipendenza di mezzo secolo fa dal Pakistan. Quindi si registra la vittoria dei nazionalisti di Tarique Rahman, rifugiatosi in esilio vent’anni fa, dopo che la madre lasciò il potere a lungo detenuto e ora populista che potrebbe rieditare i metodi estorsivi e corruttivi della madre. Questo è il risultato dell’incapacità del governo di transizione di Yunus, il premio Nobel che ha deluso per l’incapacità di riformare i settori della sicurezza e quello istituzionale, sottoposto a giudizio referendario insieme alle elezioni, come avvenuto per quello costituente thailandese.

La guerra in Sudan si fa sempre più sanguinosa si susseguono gli attacchi contro civili con l’utilizzo  di micidiali droni che vengono adattati con ordigni letali mentre una missione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha denunciato il 19 febbraio “atti di genocidio” ad Al Fashir, il capoluogo dello stato sudanese del Darfur Settentrionale, conquistato nell’ottobre scorso dai paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf). Aumenta il coinvolgimento di  attori esterni nel sostegno ai due contendenti da una parte l’esercito sudanese e dall’altro le forze di supporto rapido RSF, l’ agenzia Reuters ha riferito che l’Etiopia ospita un campo di addestramento segreto per le forze paramilitari sudanesi che combattono l’esercito sudanese da quasi tre anni. Secondo l’agenzia, una decina di fonti, tra cui una all’interno del governo etiope, hanno confermato l’esistenza del campo di addestramento e hanno affermato che gli Emirati Arabi Uniti ne hanno finanziato la costruzione, fornito istruttori militari e offerto supporto logistico. il Sudanese Emergency Lawyers ha esortato sia le Forze armate sudanesi sia le Forze di supporto rapido (Rapid Support Forces, Rsf) a cessare gli attacchi con droni, a evitare obiettivi civili e a rispettare il diritto internazionale umanitario. L’appello si inserisce in un contesto di intensificazione degli attacchi con droni nelle regioni del Kordofan e del Darfur, dove proseguono i combattimenti tra l’esercito regolare e le Rsf. Organizzazioni umanitarie hanno più volte denunciato il deterioramento della situazione sul terreno e un crescente numero di raid contro aree densamente popolate.
La situazione umanitaria è devastante mancando l’accesso al cibo e alle cure in quanto il sistema sanitario è collassato ,la crisi del Sudan è diventata la più grande emergenza al mondo in termini di sfollamento e protezione: 12 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case, molte delle quali vivono in rifugi di fortuna, senza sicurezza e senza speranza.
Durante la guerra civile del Sudan, scoppiata nell’aprile 2023, entrambe le parti si sono sempre più affidate ai droni, e i civili hanno sopportato il peso della carneficina.Il terreno pianeggiante del Sudan e la copertura limitata lo rendono adatto agli attacchi e alla sorveglianza dei droni. La maggior parte dei droni in Sudan sono contrabbandati da una rete di sostenitori stranieri via terra, mare e aria, aggirando gli embarghi ufficiali, mentre gli stati stranieri sfruttano la situazione a loro vantaggio.

Della situazione in Sudan ne parliamo con Marco Trovato direttore di Africa rivista.

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