PalestineAction killed a Battle-Machine in a Robocop World. In Yemen precipita il Medioriente
sabato 17 gennaio 2026
Poco prima di cominciare la trasmissione del 15 gennaio siamo stati raggiunti da questo audio, che avevamo richiesto nei giorni precedenti per poter sostenere la lotta degli hunger-striker di Palestine Action. Per una volta la notizia era positiva: Elbit System è stata estromessa da una grossa commessa governativa. PAlestineAction ha vinto una battaglia contro la “macchina da guerra” Elbit Abbiamo montato al volo l’audio e inserito in trasmissione.
Si collega anche all’intervento di Vincenzo Scalia, docente a Firenze con cui abbiamo analizzato la globalizzazione dello Stato di Polizia che esperiamo in Italia, ma in tutto simile ai processi che in Usa incarna Ice, o in Francia lo stato di emergenza che vede gli Rcs protagonisti mai revocata dal Bataclan… e così in tutto il mondo la polizia è estensione dell’esperienza di guerra nei paesi già flagellati dai conflitti.
Laura Silvia Battaglia poi ci ha introdotti in un mondo in cui ci siamo potuti immergere, sia con uno sguardo geopoliticamente illuminante su un’intera area, su cui lo Yemen getta una luce particolare, spiegando con precisione le strategie dele potenze locali, sia considerando i meccanismi che regolano la gestine del potere tra le famiglie e i clan, le cui alleanze reggono un paese frammentato da sempre.
Frapporsi tra i profitti dell’industria bellica inglese e il genocidio sionista si può
Palestine Action ha prodotto azioni che hanno colpito nel segno senza fare alcuna vittima, né ferire nessuna persona, muovendo non solo critiche e indignazioni contro un efferato sterminio da parte di un nazionalismo confessionale animato da un’ideologia di sopraffazione genocidaria. E lo ha fatto procurando danni ad apparecchiature e impianti dell’industria bellica complice illegale dei massacri sionisti.
Questo ha mosso il governo laburista britannico a collocare il gruppo di attivisti nell’elenco delle organizzazioni terroristiche, in modo che gli arrestati subiscono detenzioni pregiudiziali da un anno; la censura della repressione nei confronti di questa campagna fa languire nel silenzio persino i detenuti in sciopero delal fame, alcuni da più di due mesi.
Ma il 14 gennaio una notizia ha dato il segno che a qualcosa è servito questo strenuo impegno di azione diretta e contrapposizione: Elbit System, la fabbrica di armi che approvvigiona Idf, è stata esclusa da un contratto da 2 miliardi di sterline che avrebbe consentito loro di addestrare 60.000 soldati britannici ogni anno. A seguito di questo tre hungerstriker hanno sospeso il loro sciopero della fame, avendo ottenuto almeno una delle ragioni delal lotta; altri attivisti proseguono fino all’ottenimento di tutte le richieste minime di garanzie di diritti fondamentali.
La svolta nel braccio di ferro con le autorità di Downing Street inizia il 9 gennaio, quando i responsabili nazionali dell’assistenza sanitaria penitenziaria hanno incontrato i rappresentanti dei prigionieri in sciopero della fame, su richiesta del Ministero della Giustizia, per discutere le condizioni carcerarie e le raccomandazioni terapeutiche.
Ma il risultato principale sono le 500 persone che si sono iscritte per intraprendere un’azione diretta contro il complesso militare-industriale genocida. Intanto quattro sono le fabbriche di armi israeliane chiuse in GB negli ultimi 5 anni di azione diretta. La nostra interlocutrice, attivista in Inghilterra sottolinea come un’altra vittoria riguardi il trasferimento di Heba Muraisi in un carcere dove potrà essere più vicina alla propria famiglia.
Gli yemeniti cercano di rimanere indipendenti tra i protettori più convenienti
La regione prospiciente il Golfo di Aden per risorse e controllo di rotte è particolarmente sensibile a qualunque seppur minimo cambiamento che possa avvenire tra area del Mar Rosso e il Corno d’Africa, addirittura Haftar in Cirenaica si preoccupa quando i Saud si mostrano interessati a ciò che capita in Libia dopo aver cacciato i filoemiratini da Aden. Tutto è collegato e in Yemen la rifrazione di qualunque crisi mediorientale si amplifica e produce sensibili cambiamenti nell’egemonia territoriale. Ed è indispensabile una guida come Laura Silvia Battaglia per mettere insieme le informazioni utili per connettere la vita yemenita con le potenze dell’area… e non solo.
Il territorio da decenni risponde in modo clanico ad alleanze che si appoggiano a seconda della convenienza internazionale a una o all’altra potenza regionale. L’espansionismo israeliano è l’elemento che sta apportando ulteriore effervescenza a una situazione incancrenita da anni di conflitti che si stavano gradualmente componendo nella disputa tra Houthi e Saudi, spartendosi la zona occidentale: San’a e Taizz agli sciiti, attualmente alleati dell’Iran (ma non così collegati da poter temere tracolli a seguito delle difficoltà di Tehran), e Aden ai Sauditi che intendono respingere gli emiratini anche dall’Est del paese, perché il porto di Mukalla è troppo importante per l’esportazione del gas estratto tra Seiyun e il confine con l’Oman. Gli Emirati da qualche anno controllano l’isola di Socotra che rispetto alla sponda africana è più decentrata e meno utile rispetto al porto di Berbera per gli interessi israeliani, che infatti hanno apportato nuova destabilizzazione riconoscendo il Somaliland, per avversare gli Houthi. Questa mossa, aggiunta alla palese alleanza tra Tel Aviv e Dubai (non a caso al centro di ogni approccio diplomatico alla composizione dele guerre), ha spinto Riyad a sgomberare la costa yemenita dell’Oceano indiano da presenze emiratine, comportando la fuga di al-Zubaidi a Dubai, in prospettiva di un eventuale confronto con lo Stato Ebraico che sta allungandosi fino addirittura al Madagascar come sfera di influenza, cercando di cavalcare la rivolta della Generazione Z malgascia.
Le crisi di Somaliland, la seconda sponda di Israele, e Sudan, la seconda sponda degli Emirates, si riverberano in Yemen soprattutto perché assimilati dalle mire interessate di vari attori: Israele in primis e poi gli Emirates, che sono alleati tra loro, mentre Turchia ed Somalia ed Etiopia da un lato ed Egitto, Sauditi ed Eritrea dall’altro cercano di mantenere sfere di influenza in questo rivolgimento globale. Una pericolosa partita strategica che coinvolge l’intera sicurezza dell’area tra Rif Valley, Mar Rosso e Golfo di Aden, di Oman fin oltre lo Stretto di Ormuz.
Tutto ciò crea una spaccatura tra gli yemeniti, già profondamente divisi tra separatisti (in particolare nel Sud ed Est) filoemiratini e governativi di San’a, e il Consiglio di Transizione meridionale di Aden (sciolto nell’acido a Riyad questa settimana); bisogna poi considerare la diaspora costituita in particolare dai fratelli musulmani. Da un anno si assiste a trattative tra Houthi e Saudi: una distensione vantaggiosa per tutti.



