Autodeterminazione, confederalismo democratico, Yanquis go home. Colonialismo in Groenlandia, Rojava, Colombia
sabato 24 gennaio 2026
Il Fflo rosso della trasmissione di questa settimana è dato dalla denuncia del colonialismo e del sistema capitalistico che impone regimi e dipendenza a comunità e popolazioni che ambiscono all’autodeterminazione.
Infatti abbiamo proposto l’intervento di Gianni Sartori, attingendo alla sua memoria storica enciclopedica dei Movimenti indipendentisti di liberazione dalle aggressioni coloniali del capitalismo dividendolo in due parti: all’inizio della trasmissione finché, partendo dalla questione groenlandese, si è giunti ad accennare alla lotta secolare del popolo curdo (dal tradimento del dettato del Trattato di Sèvres); a questo punto è intervenuta una compagna attualmente in Rojava impegnata a sostenere le forze del Sdf.
Abbiamo completato la puntata riprendendo con Cristina Vargasil discorso relativo alla Dottrina Donroe che rivendica il Patio trasero a giustificazione dell’intervento armato in Venezuela e il contraccolpo sui nervi scoperti nelle nazioni limitrofe a cominciare dalla Colombia.
La serata si è conclusa riprendendo le analisi storiche di Gianni Sartori sulle figure e le istanze alternative all’annessione e ai genocidi del capitalismo ai danni delle forme comunitarie di autodeterminazione emerse nell’ultimo secolo, tornando agli inuit, ai sami… ai curdi.
In Rojava la resistenza è vita
In queste ultime settimane il Confederalismo democratico, l’esperienza curda di autogoverno del Rojava,è sotto attacco. Gli scontri tra le Forze siriane democratiche – l’esercito rivoluzionario del Rojava – e le truppe del governo di transizione siriano di Al-Jolani/Al-Sharaa sono durissimi: si tratta di una guerra che nasce in un clima politico a livello globale che si nutre di violenza imperialista e coloniale. Le bande di Al Jolani stanno facendo il lavoro sporco per Erdogan spingendo le SDF oltre il fiume Eufrate e assediando Kobane città martire che resistette all’assedio dell’Isis nel 2014/2015.
Nonostante svariati cessate il fuoco non rispettati le forze di Damasco hanno preso la strategica diga di al-Tabqa, Raqqa che si trova vicino ai pozzi petroliferi ed hanno espulso dai quartieri di Sheikh Maqsoud e al-Ashrafiyah di Aleppo i cittadini curdi.
Le voci di accordi che prevedono la resa delle SDF che dovrebbero confluire nell’esercito siriano sono state smentite ,in Rojava c’è la mobilitazione generale per l’autodifesa ,centinaia di giovani si sono mossi dalla Turchia e dall’Iraq per sostenere la resistenza curda .Le milizie ex Al nusra ora al governo a Damasco hanno liberato centinaia di prigionieri dell’Isis dalla prigionr di Al Aqtan.
La popolazione pur consapevole della delicata situazione è determinata a resistere e garantire il diritto all’esistenza dell’esperimento del confederalismo democratico curdo ,non è la prima volta che i curdi si trovano sotto attacco ,dalla resistenza curda arriva un invito alla mobilitazione e al sostegno militante al Rojava .
Ne parliamo con una compagna dalla Comune internazionalista in Rojava all’interno dell’amministrazione autonoma della Siria del nord est
L’occasione epocale di collocarsi in un altrove non totalitario al sistema capitalistico globale?
Il precipitare della situazione globale di tutte le esperienze di comunità alternative a causa dell’eversione caotica dell’Internazionale nera ci ha indotto a rivolgerci a Gianni Sartori, enciclopedico detentore di una memoria storica dei movimenti indipendentisti nativi comunitari, anticoloniali e anticapitalisti… e la lettura del suo articolo che prende spunto dalle mire predatorie che hanno visto la Groenlandia concupita dal peggiore autocrate imperiale degli ultimi decenni: C’è del marcio in Groenlandia ci ha convinto che era indispensabile approcciare la contingenza imperiale, riprendendo le fila antiautoritarie dei popoli
Siamo partiti da Nuuk ma poi siamo passati attraverso continenti e tempi diversi per tornare a Kobane, laddove un filo nero ripresenta la stessa situazione di aggressione coloniale suprematista e di imposizione di un potere predatore; questo perché ci si avvicina maggiormente a capire cosa avviene in un’epoca in cui si ripropone l’assolutismo capitalista non avventandosi a ipotizzare scenari futuri, ma ripercorrendo il passato, sempre analizzando il presente nelle sue potenziali resistenze.
Non è che si debba scegliere tra brutalità diverse di colonizzatori atlantici orientali o occidentali. I tempi saranno cambiati (come si dice anche nell’articolo), ma forse si può ancora mantenere memoria e sostenere posizioni più libertarie; le lotte di liberazione si strumentalizzano negli organismi che costituiscono, ma l’istanza libertaria può sfuggire all’abbraccio delle strutture rivoluzionarie ammansite.
Da tempo già non credevamo alla cosiddetta democrazia e quindi non ci stupisce tanto lo svelamento dell’ipocrisia, prendiamo atto che non ci sono le condizioni per ritagliare libertà in quei regimi (come erano comunque negati i presupposti realmente per contrapporsi al sistema “democratico”), ma bisogna adattare all’ulteriore giro di vite la voglia di liberarsi dai gioghi degli Stati… bisogna trovare il modo di sfuggire al loro controllo e creare alternative libertarie che non li riproducano.
L’eterno ritorno del Plan Condor
Difficile per tutti riuscire a cogliere segnali che possano indicare quale direzione cerca di prendere il mondo latinamericano per mantenere un minimo di autodeterminazione, comprendendo quale sia la percentuale di condizionamento che lo strapotere militare (e mediatico) di Washington ritiene soddisfacente per evitare nuove aggressioni nel suo “cortile di casa”.
Difficile ottenere da venezuelani giudizi dettati da un criterio scevro da posizioni ideologiche appiattite sulla propaganda chavista o da desideri di vendetta contro il regime di Maduro, quasi impossibile distinguere tra gli slogan degli opposti campi rinfocolati dall’intervento statunitense che ha ottenuto l’effetto del classico cerino acceso in un serbatoio di benzina (e trattandosi di Venezuela il carburante non manca); peraltro la pochezza della opposizione interna è stata palesata ancora di più dalla contingenza e la realpolitik della dirigenza bolivariana può confondere i giudizi e dare adito a sospetti e complottismi. Ma contemporaneamente sono state evidenziate le fratture che già serpeggiavano nel campo bolivariano.
I vicini colombiani sembrano essere dotati della giusta competenza sui problemi della regione e, avendo a che fare con la medesima aggressività da parte del regime trumpiano, si trovano a doversi dotare delle armi di difesa e delle analisi più sofisticate per resistere in un ano elettorale per Petro e con le residue forze delle Farc che si sono divise tra dialogo e dissidenza verso il potere di Bogotà; e così ci siamo rivolti a Cristina Vargas, antropologa torinese di origine colombiana, sempre attenta a isolare i processi e i fenomeni più significativi per tentare di descrivere ciò che sta avvenendo in quella regione, sempre alle prese con la pretestuosa War on drugs della necropolitica statunitense, che facilmente s’insinua nelle relazioni tra finanziamento delle Farc e narcotraffico per manipolare il processo elettorale in Colombia, come ha scatenato una contro l’altra le tre anime bolivariane.
In entrambi i casi sembra di assistere a manovre di guerra a bassa intensità in preparazione di una guerra di più ampia portata contro entrambi i paesi.


