Totalitarismo: futuro, presente, passato. Xi, Trump, Franco
domenica 30 novembre 2025
Il denominatore comune di questa settimana è il totalitarismo nazionalista nella sua diversa composizione: nell’immediato futuro vede contrapposta la pretesa nazionalista assodata da convenzioni più che trentennali che riconoscono Formosa come parte dell’Unica Cina, che si contrappone all’altrettanto pretestuosa posizione nipponica di una nostalgica dei criminali di Hiro Hito divenuta premier a Tokyo che confonde anacronistiche rivendicazioni su isole a pretese supremazie sull’area che si manifesta con scomposte minacce interventiste a difesa del nazionalismo di Taiwan, per compiacere rivendicazioni ancora più imperialiste e colonialiste della potenza unipolare dal crollo del Muro e che sta per “esportare democrazia” questa volta nel patio trasero, ovvero la riproposizione trumpiana di soffocare la rivoluzione bolivariana in Venezuela, sostenendo però i punti di accordo ucraino trasmessi dal Cremlino. Tutto ciò capita nel cinquantennale della morte del caudillo per antonomasia: Francisco Franco è l’emblema dell’autoritarismo nazionalista, pervicacemente persecutore di indipendentismi, afflati libertari, pulsioni all’autodeterminazione e alla emancipazione dall’oscurantismo che tutti questi protagonisti incarnano.
Abbiamo quindi interpellato Rolando D’Alessandro sul mai risolto rapporto con il quarantennio di cappa franchista sulla Spagna; Lorenzo Lamperti sulle strategie che smuovono il quadrante indopacifico – e gli equilibri interni alla Cina di Xi Jinping; Salvatore Minolfi ci aiuta a comprendere la scomposta e squilibrata politica statunitense
Cominciamo dal presente: Ucraina e altre priorità dell’amministrazione Trump
Si è aperta la saga del fantomatico documento dei 28 punti proposti da Trump per regolare la guerra in Europa, gira la storiella delle origini russe del documento che se fosse realmente fondata, non si comprende come mai ci siano dei punti inaccettabili per i russi. Questo documento dei 28 punti, molto raffazzonato sembra essere un tentativo fatto da una parte dell’amministrazione americana per riaprire il problema, il capitolo del negoziato, di fronte a due grandi emergenze. Da una parte quello che sta succedendo sul campo di battaglia, che ha preso una piega abbastanza chiara, dall’altra quello che succede nel mondo politico ucraino, perché tutto questo polverone sul documento dei 28 punti è riuscito a mettere tra parentesi o di lato, insomma, lo scandalo nel quale l’amministrazione ucraina si era cacciata. Al momento in cui pubblichiamo questo podcast si è dimesso travolto dallo scandalo Yermak, uomo potentissimo e molto vicino a Zelensky nonchè mediatore nelle trattative.
Però il fatto che su questo documento si sia sollevato questo polverone e ci sia stato un tale impazzimento di ricostruzioni è ancora una volta fondamentalmente il segno della debolezza politica di Trump, perché il presidente non riesce ad elaborare una proposta in grado di costruire un consenso. E la debolezza politica di Trump su questo punto è il riflesso di un conflitto che è interno al mondo politico americano e in particolare interno alla maggioranza che guida adesso gli Stati Uniti.
Esiste un blocco senatoriale che si appoggia a Rubio, segretario di stato, che non vuole arrivare a patti con la Russia. C’è un altra corrente all’ interno all’amministrazione americana che invece ha un’idea completamente diversa. Questa corrente è patrocinata da JD Vance, dal vicepresidente, che ha i suoi punti di forza piazzati dentro l’amministrazione. Noi oggi vediamo questo sconosciuto Dan Driscoll, inviato a Kiev per negoziare, che per questioni di affinità generazionale è vicino a JD Vance e che è segretario dell’esercito, una carica prevalentemente burocratica. Driscoll è a Kiev con l’idea che possa invece rimettere tutto il processo negoziale su quella linea che è auspicata dal vicepresidente che non è come Trump, è una persona che ha le idee abbastanza chiare.
Il riferimento più importante di J.D. Vance all’interno dell’amministrazione è il vicesegretario alla difesa, Elbridge Colby , che è stato nominato in quella posizione ad aprile scorso. Contro la corrente che fa capo ai senatori Elbridge Colby è il rappresentante lucido, formato, istruito di una tendenza che da anni sostiene la necessità per gli Stati Uniti di disimpegnarsi dall’Europa e dal Medio Oriente e di concentrare tutte le proprie risorse che vanno riprogettate nel Pacifico. Cioè è la persona che più coerentemente incarna la visione del pivot to Asia. Colby è fondamentalmente il capofila dei teorici della priorità coloro credono che allo stato attuale dei rapporti di forza mondiali è rinata una competizione tra grandi potenze, una competizione che era scomparsa nei 25 anni del dominio unipolare e che quindi nel contesto attuale di questa rinascita della competizione tra grandi potenze, gli Stati Uniti devono fare delle scelte e fare delle scelte è una cosa che gli americani hanno disimparato a fare .
La debolezza di Trump ,la divisione nell’amministrazione ,il retaggio dei neocon, la difficoltà a dismettere la politica globalista generano caos ed incertezza e il caos non gestito puo’ essere molto pericoloso .
Ne parliamo con Salvatore Minolfi autore del libro ” Le origini della guerra russo-ucraina. La crisi della globalizzazione e il ritorno della competizione”.
Sviluppo tecnologico, rafforzamento del mercato interno, stabilità politica… e “Una Cina”
Il “consenso del 1992” ha permesso la convivenza contraddittoria del regime di Taipei e di quello di Pechino nel principio irrisolto ma riconosciuto da tutti di “una sola Cina”, finché la contesa a livello di maxipotenze sull’Indopacifico non ha cominciato a far scricchiolare l’equilibrio. Stavolta tocca al rinfocolato nazionalismo dell’arcipelago nipponico il compito di contrapporsi alla possibile escalation in concomitanza del centenario del Pla, l’esercito popolare dei lavoratori e del riarmo di Taiwan che ha promesso a Trump di investire in armi americane 40 miliardi. L’avvento della fanatica revisionista Takaichi Sanae aiuta Trump a spartirsi con Xi aree di influenza: The Donald mette il guinzaglio alla scalpitante neopremier di Tokyo e Xi benedice i punti del piano americano in Ucraina, un accordo probabilmente accennato a Busan e poi sancito durante la telefonata tra Xi e Trump di qualche giorno fa. Si può immaginare che sui vari piatti si trovino Ucraina, Medio Oriente, Taiwan a sancire le sfere di influenza delle grandi potenze? Di questo abbiamo parlato con Lorenzo Lamperti, sinologo di stanza a Taipei, allargando il discorso alla cooperazione energetica sino-russa, che vede Pechino avvalersi di gas e petrolio a un prezzo quasi dimezzato rispetto a quello che pagava l’Europa; inoltre a livello interno si è svolto poco tempo fa l’insolito Plenum economico, che ha visto il compiersi anche di nuove epurazioni a sancire un controllo ancora più stretto di Xi sul Partito e sul paese, impostando le priorità a sviluppo di alta qualità, autosufficienza tecnologica e sicurezza economica nel rafforzamento del mercato interno e della stabilità politica
La transizione imperfetta
Muerto Franco, no se acabó la rabia
Un regime totalmente chiuso e controllato, una società congelata per 40 anni avrebbe potuto svoltare prontamente in ambito almeno democratico, se non libertario come l’esperienza catalana spazzata via dai fascismi negli anni Trenta? La maggioranza degli spagnoli non avevano conosciuto altro che la dittatura e il lavoro di eternalizzazione del sistema oltre la propria morte preparato da Francisco Franco fecero sì che il franchismo perdurasse, serpeggiando nelle menti e nelle istituzioni quanto l’antifranchismo tentava di ricostruire una cultura affrancata da Franco. Ora che Vox e gli eredi del totalitarismo del Partito popolare traggono linfa dalla mai completata transizione abbiamo chiesto a Rolando D’Alessandro di illustrarci la attuale monarchia fondata a partire da una Costituzione ancora scritta in nome del regime e di un Colpo di stato avvenuto pochi anni dopo la morte di Franco




