Scollamento dei marocchini dal regime di Rabat; scossoni ripetuti all’ingombrante Addis Abeba
giovedì 24 settembre 2026
Puntata africana che va dall’estremo Nordovest maghrebino all’estrema punta orientale del Corno d’Africa, prendendo a pretesto le disertate elezioni marocchine per evidenziare con Michele Vollaro la separazione tra una popolazione che richiede di partecipare alla ricchezza prodotta da investimenti occidentali in cambio della supina adesione all’impero israelo-americano e il perseguimento degli interessi dell’entourage del monarca assoluto che perseguono solo la costruzione di infrastrutture, circenses e posti sottopagati, turismo e zero servizi; mentre con l’aiuto di Matteo Palamidesse abbiamo sperato – scongiurando i maledetti criminali guerrafondai – di sbagliarci a pensare che si stia cercando in modo sconsiderato di far convergere in un enorme conflitto di proporzioni inimmaginabili l’orrida carneficina sudanese, la costante guerra al confine del Tigray, estesa al territorio nazionale con le alleanze tra sette milizie etniche fino a un paio di anni fa l’una contro l’altra armate, con schieramenti che vedono i paesi costieri a fare pressione sul corpaccione etiope ingombrante, ricco e alleato dei Brics e di Israele con tutto l’occidente e di cui però si rischia l’implosione e il dissolvimento della federazione se dovesse esplodere un conflitto per risolvere una volta per tutte i molti contenziosi decennali.
Infrastrutture nel deserto senza servizi per i giovani marocchini in fuga

La crisi di Ceuta, a un anno dall’esplosione in piazza della GenZ212; la truffa della Coppa d’Africa a dicembre, tre mesi prima della designazione del Marocco come sede dei Mondiali 2030, decretata dal viscido svizzero amico di Trump e di uno dei candidati di punta delle elezioni andate deserte, a un mese dalle immagini di giovani in fuga dal regno alawide. Ogni tanto si accendono i riflettori sul Marocco ma si spengono prima che siano chiari i contorni che possono spiegare le cause dei fenomeni di distacco della società civile dalle sorde scelte dell’entourage raccolto nel Makhzen.
Proprio in occasione delle elezioni del 23 settembre 2026 abbiamo chiesto a Michele Vollaro, esperto africanista del gruppo Internazionalia e collaboratore de “il manifesto” e altre testate nazionali, di raccontarci meglio tensioni politiche, situazione sociale, andamento economico e possibilità espressive del mondo culturale, soprattutto giovanile. Quei giovani che sono stati al centro della campagna elettorale da parte della casta, che appare sempre più scollata dal paese reale che infatti si è recato alle urne con una percentuale inferiore in termini generali rispetto al 37% ufficiale, perché quella cifra è ricavata sull’intera platea che si era iscritta alle liste degli elettori, riducendo a poco più del 20% la partecipazione al voto, che crolla al 4% nel computo dei giovani sotto i 24 anni recatisi al seggio, nonostante la campagna sia stata caratterizzata soprattutto da mirabolanti promesse che li riguardavano.
E allora, inserendoci nell’analisi del non voto, si può dare un senso al disagio del mondo giovanile che richiede servizi e viene represso, chiede lavoro e gli viene risposto con grandi opere e un’economia di turismo ed export che non producono che impieghi precari e che precludono paradossalmente un futuro di sopravvivenza nella nazione più industrializzata dell’Africa, su cui piovono investimenti occidentali e dove Casablanca ospita il terzo polo finanziario più capitalizzato del Mena, il TangeriMed è il porto logistico sull’Atlantico più importante del Mediterraneo… quella che è venuta a mancare è la redistribuzione della ricchezza prodotta; da qui la spinta a emigrare, trasformandosi in una bomba geopolitica in mano al sovrano succube delle scelte geopolitiche filoamericane e sempre meno presente perché malato, se non con estemporanei pugni di ferro che soffocano ogni minima rimostranza grazie al reato di lesa maestà, comprese le polemiche per l’ostinata contiguità con il criminale di guerra Netanyahu, che è valsa il riconoscimento dell’annessione del territorio saharawi (dove alla tornata elettorale hanno vinto i partiti di governo) da parte dell’America di Trump, a cui in cambio è intestata l’autostrada delle province del Sud. Le stesse province che innescano quella reazione nazionalistica su cui in tutto il mondo le fazioni fascistoidi al potere stanno contando per cooptare con l’inganno sciovinista cittadini in sofferenza a causa delle loro politiche neoliberiste, e contemporaneamente si procede nella ecumenica normalizzazione dei rapporti con l’entità sionista: è di pochi giorni fa l’apertura dell’ambasciata ebraica… con la benedizione del partito islamista in omaggio a Mohammed VI: «Se noi ci impegniamo, il re ci ascolterà», di nuovo ribadendo la partecipazione al mondo del Makhzen ( e stracciando anche qui il Contratto sociale).

L’Etiopia s’infiamma di nuovo e il Corno d’Africa rischia di diventare lo scenario della guerra per gli stretti

Il fuoco che covava sotto le ceneri si è ravvivato incendiando di nuovo il Tigray, ulteriore capitolo di una guerra fratricida che insanguina il nord dell’Etiopia dal 2020. L’accordo di Pretoria che ha fermato momentaneamente la guerra nel 2022 si è rivelato inadeguato poiché al tavolo mancavano alcuni dei protagonisti degli eventi bellici e inoltre ha lasciato irrisolte diverse difficili questioni legali e politiche, tra cui il controllo dei territori annessi, la responsabilità per la protezione dei civili e la giustizia e la responsabilità per i crimini commessi durante la guerra. Con una giravolta sconcertante di alleanze fra ex nemici si è costituito un nuovo fronte politico militare contro il governo del Prosperity party di Abiy Ahmed il primo ministro etiope al governo dal 2018. Il 20 settembre scorso è stata annunciata la formazione di un fronte unico ,l'”Alleanza delle forze popolari etiopi per la sopravvivenza” che comprende ufficialmente sette gruppi armati, tra cui le Forze di Difesa del Tigray (TDF), il braccio armato delTPLF. L’ex partito al governo, che ha fatto parte della coalizione che ha governato il paese dopo la caduta di Menghistu. Il TPLF si è scontrato militarmente con l’esercito di Addis Abeba nella guerra scoppiata nel novembre del 2020 e controlla di fatto gran parte della regione del Tigray . Un altro componente della coalizione sono le milizie Fano, di etnia Amhara, che hanno combattuto al fianco dell’esercito etiope durante la guerra precedente e alle quali il governo aveva di fatto affidato l’amministrazione dei territori del Tigray occidentale riconquistati al TPLF.La loro alleanza con quest’ultimo è tanto più sorprendente se si considera che le milizie Fano , che rivendicano il Tigray occidentale come parte dell’Amhara, si sono dimostrate particolarmente brutali nei confronti dei civili della regione. Dall’aprile 2023, sono in aperto conflitto con l’esercito etiope dopo che Ahmed ha imposto loro il disarmo. Un altro componenete piuttosto inatteso di questo fronte anti Ahmed è l’Esercito di Liberazione Oromo (OLA), diverse fazioni del quale combattono contro le forze governative sin dai primi anni ’70. Classificato come “organizzazione terroristica” dal governo etiope dal 2021, l’OLA non è firmatario dell’Accordo di Pretoria .Le altre componenti di questa alleanza sono il Fronte di Liberazione Nazionale dell’Ogaden (ONLF),storico movimento per l’indipendenza delle popolazione di origine somala che vivono nella regione , ilFronte Rivoluzionario Democratico Unito dell’Afar (Arduf, noto anche come Ugugumo),gli Afar sono una minoranza etnica stanziata tra Etiopia, Eritrea e Gibuti. L’ARDUF persegue una maggiore autonomia per la regione Afar all’interno di un sistema federale etiope e storicamente si è opposto alla sovranità eritrea sulle zone costiere abitate dagli Afar, il Movimento di Liberazione del Popolo di Benishangul (BPLM) e ilMovimento Democratico del Popolo di Gumuz (GPDM),portatori delle istanze di autonomia di questa regione nord occidentale ai confini con il Sudan, la cui leadership comunque ha successivamente negato di aver aderito alla coalizione.
L’alleanza si richiama alla coalizione formata dal TPLF, che rovesciò l’ex dittatore Mengistu Haile Mariam, nel 1991, e si opppone alla politica di centralizzazione del potere ad Addis Abeba incarnata nel progetto politico di Abiy Ahmed che trova nel Prosperity Party il suo strumento. La costituzione etiope del 1991 ,frutto della sconfitta della dittatura del Derg aveva creato uno stato federale con ampie autonomie regionali ,lo smantellamento del federalismo etnico e la ripresa della guerra mette in discussione la continuazione territoriale e l’unità amministrativa dello stato etiope.
La guerra del 2020/2022 ha lasciato degli strascichi pesantissimi sulla carne viva e le coscienze degli etiopi, tigrini e non solo. Un bilancio agghiacciante di circa 600.000 morti ,regioni devastate come il Tigray ,sottoposte tuttora ad un assedio totale ,notizie confermate di brutalità contro la popolazione a sfondo etnico razziale ,stupri di massa come arma di guerra, fosse comuni,saccheggi e bombardamenti indiscriminati sulla popolazione, quasi due milioni di sfollatti interni .
L’Eritrea di Isaias Afwerki, che aveva combattuto al fianco delle forze governative etiopi nel precedente conflitto, è ora alleata con il gruppo ribelle tigrino. Sebbene questo sostegno non sia ufficiale, il governo di Abiy Ahmed non ha esitato ad accusare Asmara di consentire il transito di armi e attrezzature destinate ai ribelli attraverso il suo territorio. Le tensioni tra i due Paesi, alimentate dal desiderio di Abiy Ahmed di garantire all’Etiopia l’accesso al mare e dal timore di Addis Abeba che Afwerki possa usare il TPLF come strumento contro di lui, sono aumentate costantemente negli ultimi mesi. In questo contesto la revoca delle sanzioni all’Eritrea da parte di Trump fa supporre un potenziale coinvolgimento del territorio eritreo nella guerra contro gli Houti ed anche un interesse delle compagnie minerarie americane per le risorse del sottosuolo eritreo.
In questo quadro, già di per sè preoccupante, s’inseriscono altri attori regionali come l’Egitto già da tempo in rotta con Addis Abeba per la diga del Grande Diga del Rinascimento Etiope (GERD) ,Il Cairo sta costituendo un asse anti etiopico con la Somalia e l’Eritrea .Ma le tensioni si estendono in tutta l’area del corno d’Africa ,dopo lo scossone dell’offensiva degli Houti verso Bab el- mandeb ,si registra un’inquietante attivismo di Israele verso il Somaliland ,un afflusso di profughi verso Gibuti , stato di cartone la cui sopravvivenza è garantita solo dalla presenza delle basi militari straniere,un coinvolgimento sempre più profondo nella guerra sudanese di molti soggetti regionali ed internazionali .Questa ripresa dei combattimenti in Etiopia rischia di far deflagrare una regione al centro di delicatissimi equilibri strategici e commerciali con conseguenze imprevedibili .
Ne parliamo con Matteo Palamidesse conoscitore della regione e giornalista di Focus on Africa.



