Delicatessen

Tarantino, Kill Bill: The Whole Bloody Affair #16

giovedì 4 giugno 2026

Gli stereotipi disorientanti della Vendetta tarantiniana

Questa puntata di “Delicatessen” è expanded, come il movimento cinematografico dei primi anni Settanta che debordava dai limiti dello schermo, per l’occasione si incista in una puntata di “Ristoradio” infarcita di ricette i cui ingredienti sono contenuti nel film; quelli dell’expanded cinema teorizzato a un livello più alto di avanguardia linguistica da Youngblood sono gli anni su cui si è formato Quentin Tarantino, ma la sua enciclopedica formazione aggiunge alla cinefilia di alto rango e mescola epoche, generi – soprattutto di cinema popolare globalista: allora avvenne l’esplosione dei film di Bruce Lee anche nelle sale occidentali e lì Quentin va ad attingere il suo immaginario da condividere con i suoi complici in sala – riferendosi in toto o in parte e ispirandosi con citazioni esplicite, sempre originali. Questo l’aspetto intelligente che ci fa apprezzare il suo corpus filmico, tanto da farci dedicare questa lunga trasmissione (che esonderà anche in “Fino all’ultimo respiro”, dove nella puntata del 7 dicembre si svelerà persino chi fosse mai Paula Schultz, la legittima occupante della tomba da cui Black Mamba esce in perfetta inquadratura creepy) alla riproposta di Kill Bill in un’unica soluzione, rimaneggiato minimamente, rimontato nel Director’s cut, negato dalla Miramax di Weinstein ventidue anni fa, e reso con minimi tratti innovativi un film diversamente percepito, che consente così di mostrare il vero volto del film nelle intenzioni del regista – e drenare denaro con le stesse riprese per la terza volta.


Infatti è questa la perplessità per cui abbiamo parlato di Kill Bill: The Whole Bloody Affair solo quando la distribuzione italiana si è conclusa (in modo da non portare altro denaro al sionista), sottolineando e stigmatizzando la provocatoria e convinta adesione del regista al genocidio in corso da parte dell’Idf: a questo proposito facciamo nostre le considerazioni di Eileen Jones tradotte su “Jacobin”, che cerca di scuotere l’eterno adolescente dall’indubbio talento e dai modi sgradevoli di quella brutta persona che è diventato.


In particolare tre sono gli aspetti che ci sembra trovino maggiore respiro da questa edizione riveduta da Tarantino: dalla fluidità di una situazione che scorre senza soluzione di continuità nella successiva si esalta l’epicità e la minore frammentarietà diminuisce la postmodernità, riducendola all’aspetto citazionista insito nella forma della messa in scena del regista ma sottraendo quasi del tutto la fine del megarecit, anzi prende invece forma di romanzo a lieto fine a completamento di una trasformazione del personaggio. Se si volesse sintetizzare il plot quella che viene descritta diventa con maggiore evidenza rispetto alla frammentazione delle versioni precedenti la relazione più banalmente borghese dei rapporti interfamigliari come si svilupperebbero se i genitori fossero una coppia di killer tratti dalla caratterizzazione che ne ha dato la storia del cinema. E si accentua la sottolineatura dei momenti di comprensione e complicità, se non addirittura solidarietà al femminile; benché covo di “serpenti”, sono comunque archetipi materni che difendono i cuccioli.


E dunque si disvela meglio quanto la scanzonata reinterpretazione dei generi più variegati (e popolari) nasconda un ritorno all’ordine, un racconto che recupera stereotipi conservatori dietro la forma innovativa di un cinema esaltante per il linguaggio e per l’uso della tecnica com’è il lessico di Tarantino, che trova una svolta a partire proprio dalla cavalcata tra arti marziali e western di Kill Bill.

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